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Il Festival del Rumore e l’Elogio dell’Artigiano, viva Sal Da Vinci

"Il valore della presenza: Mentre molti godono della fortuna di essere "personaggi", Sal deve sempre dimostrare qualcosa. Ma a chi? A chi ha la puzza sotto il naso? A chi considera la gavetta un difetto?"

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RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO – “Egregio Direttore, il sipario sulla 76ª edizione del Festival della Canzone Italiana si è chiuso, ma resta un retrogusto amaro. Quello che una volta era il tempio della melodia è ormai mutato in un ibrido tra talent e reality, dove la canzone è diventata il pretesto, non il fine.

1. La Musica sommersa dal Formato
Siamo di fronte a uno spettacolo ipertrofico: troppe serate, troppi cantanti, troppa durata. Un’estenuante rincorsa ai giovani e ai canoni dell’Eurovision che ha finito per “inquinare” l’arte con la politica, infiltratasi ovunque come una muffa silenziosa. In settant’anni abbiamo visto vincere brani che il tempo ha polverizzato, dimostrando che la qualità non abita più in Riviera.

2. L’Esercito dei “Voglio fare il cantante”
Come diceva Bugo: “Tutti vogliono fare il cantante”. Oggi assistiamo a un’invasione di firme prestigiose, ma spesso prive di una reale preparazione musicale. Opinionisti e giudici, seduti comodamente a sbuffare per ogni nota che non sia “allineata”, dispensano commenti pesanti e maleducati, nascondendo dietro la boria la propria assenza di talento.

3. Sal Da Vinci: L’Orgoglio della Gavetta
In questo scenario di “belli imbusti” e nuova nobiltà radical-chic, emerge la figura di Sal Da Vinci. Uno di noi. Un artista che incarna l’impegno, la costanza e la dignità del lavoro.

La colpa di essere “giusto”: Sal non ha bisogno di artifici; fa quello che sa fare, e lo fa bene.

Il valore della presenza: Mentre molti godono della fortuna di essere “personaggi”, Sal deve sempre dimostrare qualcosa. Ma a chi? A chi ha la puzza sotto il naso? A chi considera la gavetta un difetto?

4. L’Italia del “Sì” contro l’Italia del “No”
È ora di smettere di rincorrere le paturnie di una certa “anti-Italia” che si sente superiore per diritto divino. Quell’élite che ci obbliga ad amare senza condizione ciò che è costruito a tavolino, disprezzando ciò che invece tocca il cuore del popolo.

In conclusione tutti sapranno chi ha vinto questo Sanremo, e forse molti lo dimenticheranno dopodomani. Ma una cosa è certa: la gente tornerà a emozionarsi, a cantare e persino a sposarsi sulle note di chi la musica la rispetta davvero.

Meglio un Sal Da Vinci che i becchini della musica degli ultimi anni”.

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