HomeCronacaConsolato Usa a Milano, fermato altro uomo

Consolato Usa a Milano, fermato altro uomo

Si allarga l’inchiesta sul presunto sfruttamento di lavoratori indiani impiegati nel cantiere del nuovo Consolato degli Stati Uniti a Milano. Dopo il fermo del manager della società appaltatrice avvenuto nei giorni scorsi, la Procura milanese ha disposto un secondo provvedimento nei confronti di Aji Appukuttan, cittadino indiano di 52 anni, ritenuto dagli inquirenti il “caporale operativo” e principale intermediario tra l’azienda e gli operai.

Il fermo, disposto dal pubblico ministero Paolo Storari nella serata di venerdì, sarebbe stato motivato dal concreto pericolo di fuga e dal rischio di inquinamento delle prove. Secondo quanto emerso dalle indagini, infatti, Appukuttan si sarebbe attivato per lasciare il Paese evitando l’utilizzo dell’aereo, ritenuto più facilmente controllabile dalle autorità. Alcune testimonianze raccolte dai Carabinieri del Nucleo Ispettorato del Lavoro riferiscono che l’uomo stava cercando di organizzare una partenza in autobus o con altri mezzi di trasporto per sottrarsi ai controlli.

Gli investigatori contestano inoltre all’indagato di aver esercitato pressioni sui lavoratori affinché non raccontassero all’esterno le condizioni presenti nel cantiere. Secondo la Procura, avrebbe intimato agli operai di non parlare con nessuno e avrebbe cercato di gestire in maniera “difensiva” le possibili fonti testimoniali dopo l’avvio dell’inchiesta.

Il caso riguarda il maxi cantiere del nuovo Consolato statunitense in piazzale Accursio, realizzato dalla divisione italiana del colosso americano Caddell Construction nell’area dell’ex Tiro a Segno. L’opera, dal valore stimato di circa 200 milioni di dollari e con una superficie di oltre 40 mila metri quadrati, è finita al centro di un’indagine che ipotizza gravi violazioni delle norme sulla sicurezza e un articolato sistema di caporalato.

Secondo la ricostruzione degli inquirenti, diversi operai indiani sarebbero stati retribuiti con compensi estremamente bassi, in alcuni casi pari a circa due euro l’ora. Non solo: per ottenere la possibilità di lavorare in Italia avrebbero dovuto versare somme consistenti nel Paese d’origine, fino a 500 mila rupie, configurando una situazione di forte dipendenza economica e personale.

In questo contesto, Aji Appukuttan avrebbe svolto un ruolo centrale nella gestione quotidiana dei lavoratori. Si sarebbe occupato dell’organizzazione degli alloggi, del vitto, dell’assistenza in caso di malattia o infortunio e persino dell’apertura dei conti correnti. Secondo gli atti dell’indagine, il suo metodo sarebbe stato quello di mantenere gli operai in una condizione di costante soggezione attraverso minacce di rimpatrio, prospettive di licenziamento, perdita del permesso di soggiorno, oltre a insulti, umiliazioni e aggressioni verbali.

Nei prossimi giorni l’uomo sarà interrogato dal giudice per le indagini preliminari, chiamato a pronunciarsi sulla convalida del fermo. Parallelamente prosegue il procedimento relativo al controllo giudiziario disposto nei confronti della filiale italiana della società coinvolta. L’inchiesta della Procura di Milano punta ora a chiarire responsabilità e dimensioni di quello che viene descritto come uno dei più rilevanti casi di sfruttamento lavorativo emersi negli ultimi anni in Lombardia

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