HomeSportOsvaldo Bagnoli, l'uomo dei miracoli in un pallone umano

Osvaldo Bagnoli, l’uomo dei miracoli in un pallone umano

Sono passati 41 anni. Quarantuno. Era il 1985 quando un uomo semplice, con la faccia da padre buono e da professore vecchio ancor prima di esserlo, portò la provincia sul tetto d’Italia.

Il suo Verona. Il Verona di Elkjaer e Briegel, di Di Gennaro e Galderisi. Un miracolo.
Quel Verona che, insieme alla Sampdoria di Mantovani e Boskov, resta una realtà impossibile da ripetere. L’ultima fiaba vera. L’ultima volta che abbiamo creduto che Davide potesse davvero battere Golia, senza soldi, senza sceicchi, solo con il lavoro e le idee.

Osvaldo Bagnoli non era una star. E questa è la sua grandezza. Non aveva l’arroganza del vincente moderno, non aveva il tatuaggio, la frase fatta per le telecamere, l’agente urlante.
Era un padre. Un vecchio professionista che vedevi già vecchio da giovane, con quel suo impermeabile, quella sigaretta mai accesa del tutto, quello sguardo che abbracciava.

Era un milanese vero, nato alla Bovisa nel 1935, figlio di quella Milano dal volto umano che non c’è più. Quella dei cortili, delle botteghe, degli oratori, dove la parola data valeva più di un contratto. Ed è proprio quell’anima lì, semplice e onesta, che ha portato con sé a Verona, diventando veronese d’adozione per sempre.

Bagnoli si porterà via con sé un calcio che non c’è più e che non potrà più tornare.

Si porterà via la schedina giocata la domenica mattina al bar. I bar con le insegne dei gelati MOTTA e Algida scolorite dal sole. Le patatine nel sacchetto trasparente, il cambio dato in gettoni telefonici.
I telefoni appesi al muro, con la cornetta pesante e il filo attorcigliato. Si porterà via quel Paese dove il pallone era unione. Tutti davanti a una radiolina gracchiante, con una salamella e un panino a prezzi popolari in mano. Le tribune in piedi, con i piedi nel fango. Il vino caldo venduto nei campi di provincia, nei bicchieri di plastica.

Un vintage che stiamo dimenticando in fretta, troppo in fretta, per rincorrere un calcio di plastica.

Prendiamoci le cose buone, allora. Prendiamoci quei ragazzi all’oratorio che correvano dietro a un pallone fino a che non faceva buio. Le porte fatte con le cartelle della scuola, buttate per terra.
Il pallone a figure bianche e nere, cucito, che quando si bagnava pesava dieci chili.
La Gazzetta dello Sport letta al bar, dal titolo enorme, passata di mano in mano, con le pagine rosa che ti sporcavano le dita.

Era un pallone bello perché era umano. Perché era possibile. Perché ti diceva che non dovevi nascere per forza potente per sognare.

Il mitico Osvaldo sarà per sempre nel cuore di noi ragazzi degli anni ’80. Perché era il simbolo più puro di quel principio dimenticato: che chiunque, con le proprie qualità, con il lavoro, con l’onestà, con la semplicità, poteva arrivare in cima al mondo.

Era un calcio pieno di fango, di falli veri, di scarpini di cuoio. Ma era pieno d’amore. Di un romanticismo che oggi ci fa quasi vergognare per quanto era bello.

Grazie, Mister. Di averci fatto credere che i miracoli, ogni tanto, succedono davvero.

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