Jannik Sinner ha battuto il campione tedesco Alexander Zverev. Fin qui, cronaca.
Ma quello che è successo sul centrale somigliava maledettamente a un provino. Uno di quelli veri.
Perché la vita di un tennista è uguale a quella di un attore: lotti a ogni torneo, a ogni ciak.
Ti prepari mesi per cinque minuti. E alla fine qualcuno ti dice “grazie, le faremo sapere”.
Arrivi in finale e perdi. Silenzio. Torni a casa con la borsa più pesante e il cuore più leggero: almeno ci hai provato.
Arrivi in finale e vinci. Applausi. E il giorno dopo? Si ricomincia. Perché il copione prevede sempre un’altra scena.
C’è l’onore dello sconfitto. Zverev è arrivato fino in fondo, caldo, stanco, e si guarda allo specchio: “Valgo. Devo solo migliorare”. Non cerca alibi. Non inventa complotti. Sussurra: “Verrà il mio momento”.
E poi c’è il vincitore. Sinner, in questo caso. Che no, non è una macchina. È un ragazzo.
Uno che ha riconosciuto le proprie debolezze e invece di nasconderle le ha messe in borsa insieme alle racchette. Si batte, combatte. Ma quando non ce la fa, si arrende. Si arrende senza rabbia. Con quella strana voglia di buttarsi in un’altra avventura già il lunedì mattina.
Forse molti preferiscono una vita più comoda ma senza emozioni. Andare a cercarle dove non ci sono. Inventarsi storie, avventure da bar. Buttare fuori il petto per nulla e giocare a sminuire gli altri. Sport nazionale.
Ma la vita non è “primo o nessuno”.
Me lo insegnò il grande Arrigo Sacchi. Un giorno a Malpensa, stavo girando uno spot.
Lui era accerchiato da cronisti. Uno, molto villano, gli rinfacciò ancora quel Mondiale ’94: “…e secondo”. Arrigo lo guardò e disse calmo: “Io non so il lavoro che fa lei, però se nel suo lavoro è secondo al mondo, ha la mia stima”.
Silenzio. Sipario. Lezione finita. La vita è fatta di tante vittorie ma pure sconfitte.
Provini vinti e persi davvero, sulla riga. Ripartire. Caricare le pile. Sì, ma ammettere la sconfitta. Ammettere i propri limiti. Perché in una società di perfetti e perfettini… tutti in piedi, nessuno contento.
Domenica due uomini, prima che grandi atleti, hanno fatto vedere il loro lato umano.
Le loro piccole fragilità. Nella vittoria e nella sconfitta. Basta vedere l’avversario come un muro da abbattere. A volte è solo uno specchio.
Un giorno a un provino, uno che mi portava sempre via la parte mi lanciò l’ennesima provocazione.
Io risposi: “Vincerai anche questa volta. Ma io giocherò tutto… e poi riparto. Sei tu la mia benzina al cuore”. Effetto criptonite. Per lui. E anche per me.
Il mondo ha molto da imparare da questi due. Dall’ultima commessa con le pantofole rotte fino ai nostri iracondi politici. Lo spettacolo è anche eleganza e stile. La signorilità di chi perde. La grande umanità di chi vince.
E infine la bellezza, di gran stile, di Kate Middleton. Principessa eterna di questo rito di eleganza.
Un inchino senza parole, che vale più di mille telecronache.
Fortuna che ogni tanto dei lampi di luce ci sono. In un mondo di oscura decadenza. Servono a ricordarci che si può perdere senza smettere di provarci. E che si può vincere senza dimenticare di essere ragazzi.
Perché il prossimo provino arriva sempre. E noi, come Sinner, entriamo in campo. Con le debolezze in mano e la voglia di un’altra avventura.











