Mi sembra ormai chiaro che non esista più un punto d’incontro: oggi siamo tutti o “bravi” o “cattivi”. I buoni? Forse servono solo a fare il brodo, magari col dado.
Le generazioni cresciute negli anni ’80 e ’90 stanno invecchiando, cullate dai ricordi in quella che sembra la vittoria finale della nostalgia. È stato il nostro “tempo delle mele”, che per molti oggi sono diventate marce; un’epoca segnata da una sfilza di marche e sottomarche che hanno definito chi eravamo.
“Ricordiamoci di essere stati felici”, diciamo noi. “Vergognatevi”, risponde invece il vecchio compagno di banco, quello “impegnato”.
Oggi, nel regno di Facebook, assistiamo a un coro di critiche feroci da parte di sedicenti esperti del nulla. Analizzano con severità quella cinematografia “diabolico-colorata” di quegli anni, accusandoci di aver finto una felicità che non esisteva. Ma forse volevamo semplicemente ridere, nonostante quell’anima “rosso sangue” che cercava sempre di riportarci a terra, o forse ancora più giù.
Sorge allora spontanea una domanda: è meglio essere stati felici per finta o trovarsi oggi disperati, davvero e senza speranza?
La critica più frequente mossa a quei film è l’assenza di un “arrivismo sociale”. Eppure, almeno allora, a quel traguardo si poteva ancora ambire; oggi, al massimo, puoi postare sui social di essere arrivato, mentre ascolti in diretta TV sermoni su tragedie e disgrazie. Dicono che i giovani non si impegnano, ma forse è meglio non fare nulla piuttosto che avere cattivi maestri.
I critici di allora ci chiedevano: “Perché siete felici?”. Oggi, quegli stessi censori hanno argomenti a sufficienza per suonare le trombe della sventura infinita, forti di una superiorità morale che, diciamocelo, è diventata una noia “spaziale”.
Mentre molti sognano di ritornare al futuro col maglioncino sulle spalle e la maglietta col coccodrillo, l’Italia di oggi invoca diritti per tutti, dimenticando spesso la legge del mercato. Quei film, quella musica e quella moda vendevano perché riempivano gli schermi e le sedie. E allora mi chiedo:
È meglio essere felici senza nulla o infelici con tutto?
È meglio conservare bei ricordi o pensare sempre male per consolarsi?
È davvero un peccato voler sognare? Perché dovremmo vergognarci di quegli anni? Siamo diventati ipercritici in un periodo che somiglia sempre più a un nuovo Medioevo. Queste “sante inquisizioni laiche” del web mi suggeriscono una sola riflessione: non eravamo perfetti, eravamo pieni di difetti, ma ne eravamo consapevoli.
Spesso, chi grida alla vergogna altrui non ha ancora fatto i conti con i propri problemi. E una vita senza sogni, finisce per diventare un vero incubo.
Nelle immagini due icone degli anni ’80 e ’90. In evidenza le celebri Big Babol, le bubble gum della famosa ‘Gomma del Ponte’ che andavano per la maggiore tra i giovanissimi. Quindi sotto Max Pezzali e Mauro Repetto (gli 883), il duo pavese che poi si sciolse ha fatto la storia della musica italiana dei primi anni Novanta















