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Un Paese rimasto senza pallone. Faccia da campione del nulla, adesso che Baggio non gioca più

C’era un tempo in cui il calcio non era un’industria, ma un atto di fede. Ricordo ancora quando, con il Cerano Calcio, organizzavamo l’”Agosto nel Pallone”: un mese di corsi gratuiti per tutti i ragazzi delle elementari e delle medie, con la merenda offerta e i cancelli aperti. Era il nostro modo per saldare il legame tra i giovani e il borgo. Allora il pallone rimbalzava ovunque: nei campi liberi, negli spazi condominiali, persino contro i muretti degli oratori che usavamo come sponde. E quando non c’era un campo, giocavamo in strada, pronti a scappare non appena compariva il vigile.

Era un calcio nazionale, popolare e, forse proprio per questo, autentico. Le società erano guidate da Presidenti con il portafoglio in mano e il cuore in mano; i giocatori appartenevano alle società e ai loro tifosi, legati da un senso di appartenenza che oggi sembra preistoria. Mentre gli altri sport erano giustamente a pagamento, il pallone era il diritto di tutti. Quanti ragazzi ho visto vestire le tute tecniche della squadra locale con l’orgoglio di chi indossa un abito di gala! Eravamo un Paese di radioline incollate all’orecchio, con il sogno di “fare tredici” e l’idolo della porta accanto che giocava in squadra con noi.

Dalle “Notti Magiche” al deserto tecnico

Oggi il panorama è desolante. Per vent’anni abbiamo cullato l’illusione di avere il campionato più bello del mondo – e bisogna dare atto a Berlusconi di averlo reso tale – ma abbiamo smesso di seminare. I numeri e i fatti non mentono: tre Mondiali saltati o vissuti da comparse. L’Europeo vinto tre anni fa rischia di rimanere un exploit isolato, un po’ come quello della Danimarca nel 1992, se non guardiamo in faccia la realtà.

Siamo diventati un Paese che vince in discipline un tempo considerate “minori” ma che sputa sul proprio pallone, preferendo importare stranieri spesso mediocri piuttosto che lanciare i nostri talenti. In Italia a 23 anni sei considerato “giovane” e a 25 sei già “vecchio”. Se un club ha un diciottenne promettente, spesso preferisce farlo invecchiare in panchina o in prestito per paura di “bruciarlo”, anziché avere il coraggio di dargli le chiavi della squadra. Le nostre nazionali giovanili ottengono ottimi risultati, ma per quegli atleti non c’è sbocco.

L’assenza dei numeri dieci
Un tempo il Paese si fermava per la Nazionale; si prendevano le ferie per una partita. Si discuteva per ore se potessero giocare insieme Rivera e Mazzola, o se fosse giusto sacrificare Baggio per far spazio a Del Piero. Ma almeno avevamo l’imbarazzo della scelta. Oggi, dove sono i Baggio? Dove sono quei campioni capaci di far emozionare e di far innamorare i bambini della maglia?

Oggi restano solo i soldi, i bilanci e un calcio che ha perso l’anima. Mi viene da chiudere con una preghiera laica: “Dio Baggio, perdonali, perché sanno bene quello che fanno”. Vendono l’emozione in cambio del profitto, dimenticando che senza quel pallone che rimbalza all’oratorio, non esiste futuro.

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