Incubo ’80 a cura di Max Moletti

Metti un caldo pomeriggio d'agosto inoltrato con tre amici che come in un sortilegio tornano all'epoca della loro fanciullezza ma attorno a loro il mondo è come prima. Solo loro vedono cose che gli altri non possono vedere ....finirà tragicamente come in un racconto noir ...

“Basta popò sui marciapiedi!”. La (giusta) insofferenza dei residenti

Anche il miglior amico dell'uomo va al bagno. È normale. Quello che non è normale è che debba farlo sul mio prato, sul tuo...

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Sono tre. Sempre gli stessi tre. Sempre allo stesso bar, al tavolino in fondo.

Cinquantenni, pancia, birra media, il wifi del bar che non prende mai. E la TV sempre su quel canale che manda gli anni ’80 a loop. Videomusic, Colpo Grosso, il Drive In.

E ogni pomeriggio la stessa liturgia. Le stesse storie, sempre più grosse.

“Ti ricordi quella di Rimini nell’87? Eravamo giovani, belli e con le donne in fila…”

“Io con la moto ne ho avute più di Valentino Rossi…” “Eravamo i re del paese, cazzo. Adesso guarda qui.”

Passano il tempo a bullizzare i ragazzini che entrano per giocare, a lamentarsi delle bollette, delle mogli, del paese che è morto. Un pomeriggio d’agosto, con 30 gradi fuori, si siede al loro tavolo un vecchio.

Cappello nero largo, cappotto nero lungo fino ai piedi, barba nera lunga, occhialini neri tondi. Un personaggio di altri tempi. Sudava ma non si toglieva niente. Si siede e conta le monete per un caffè. Centesimo per centesimo. Uno, due, cinque…

I tre iniziano a guardarlo e a ridacchiare. Poi a prenderlo in giro a voce alta.

“Ehi nonno, hai sbagliato secolo?” “Ma con quel caldo vuoi morire?”
Il vecchio non risponde. Continua a contare.

Allora uno dei tre, quello più grosso, quello che faceva più il furbo, fa la battuta cattiva. Quella per far ridere tutto il bar:

“Oh ragazzi, attenti al portafoglio che questo ci frega tutto. Questi con la barba vengono qui a rubare il lavoro e pure il resto.”

Scoppia una risata forte. Troppo forte. Il barista si gira. La gente guarda il vecchio con sospetto. Il vecchio alza la testa. Lentamente. Non ride. Li fissa uno per uno e dice con voce bassa, rauca:

“Mi accusate di furto? Va bene. Vi ho sentiti. Ogni giorno dite che volete tornare indietro. Che eravate giovani, belli e con le donne. Vi accontento. Vi faccio tornare dove volete stare. Negli anni ’80. Ma non tornerete più. Resterete lì, dal 1988 al 1998, in loop. E nessuno vi crederà.”

I tre restano un attimo zitti, poi scoppiano a ridere ancora più forte. “Ma vai a cagare, va!” Il vecchio si alza, lascia i centesimi sul tavolo e se ne va.

IL GIORNO DOPO. Entrano al bar come sempre alle quattro. Spingono la porta.
E il bar è cambiato.

Non c’è la barista con i tatuaggi. C’è la vecchia padrona, la Pina, morta nel ’95, con il grembiule a fiori. Odore di cera e di fumo. Il juke-box Wurlitzer acceso, il telefono a gettoni giallo, il flipper di Kiss, il cabinato del Pac-Man che fa quel suono.

Sulla Gazzetta dello Sport lasciata sul bancone, a caratteri cubitali: MILAN CAMPIONE D’ITALIA 1988 – FORZA SACCHI.

Vanno in bagno ridendo. “Ma che cazzo di scherzo è?”

Alzano la testa e nello specchio del bagno non ci sono più tre cinquantenni. Ci sono tre ragazzini di 13 anni. Brufolosi, con i giubbotti paninari taroccati.

Escono di corsa urlando: “Ma che anno è? Ma cosa succede? Che cazzo ci avete fatto?”

Ed è qui che inizia la parte più terribile. La gente nel bar è nel presente. Hanno il cellulare in mano, parlano di Instagram, di bollette, di oggi. Ma il bar stesso è nel 1988. Solo loro tre vedono il 1988.

Iniziano a impazzire. Uno urla alla gente: “Siamo nel 1988! Siamo tornati ragazzini! Guardate la Gazzetta!” La gente li guarda come fossero matti. “Ma che 1988? Siete ubriachi alle 4 del pomeriggio? Andate a casa, va. Siete tre cinquantenni fatti.”

Nessuno vede quello che vedono loro. Nessuno gli crede.

Allora, per non impazzire, fanno quello che facevano davvero nel 1988 per sentirsi normali. Giocano al flipper dando le ginocchiate. Rubano i gettoni dal juke-box mettendo la musica a palla. Scappano all’edicola a comprare le figurine Panini. Si fanno bullizzare in sala giochi dai più grandi.

Poi si ritrovano a casa. A casa dei genitori.

I genitori sono giovani, nel 1988, e li sgridano perché hanno fatto tardi. In casa non c’è wifi, non c’è YouTube, non c’è niente. Il telefono è quello a rotella. In frigo c’è solo latte. La sera c’è solo Colpo Grosso su Italia 7 e poi a letto, senza storie.

La mattina a scuola. L’inferno vero.

I professori li umiliano davanti a tutti: “Sempre i soliti tre somari, sempre i soliti ignoranti.” Le compagne li schifano. Hanno i vestiti da paninaro taroccati, quelli presi al mercato, e gli altri li prendono per il culo.

Escono da scuola distrutti e sono già nel 1992, poi nel 1995. Il bar cambia un po’, arriva il Super Nintendo, arrivano le maglie più larghe, ma loro sono sempre bloccati lì, tra i 13 e i 23 anni. Fuori dalla vetrina del bar, però, vedono passare le macchine nuove, elettriche, del 2026. La gente intorno continua a vivere nel 2026.

Sono fantasmi di un decennio.

Allora iniziano a rubare davvero. Non per gioco. Entrano nella sala prove di Jimmy e gli fregano l’amplificatore per rivenderlo. Rubano i soldi dal portafoglio della madre di uno di loro. Vanno al birrificio e si ubriacano fino a vomitare.

E la colpa li divora. Litigano tra di loro, ogni giorno di più.

“È colpa tua che hai accusato il vecchio di furto!” “No, è colpa tua che hai riso più forte di tutti!”

La maledizione li chiude sempre di più. Dal 1988 al 1998 e poi di nuovo dal 1988. Un cerchio di dieci anni che si stringe.

Un giorno il primo non ce la fa più. Esce in mezzo al bar davanti a tutti, piangendo come un bambino di 13 anni nel corpo di un cinquantenne, e grida: “Va bene! Abbiamo mentito! Il vecchio non aveva rubato niente! L’abbiamo accusato noi per ridere! Eravamo noi i ladri! Ditegli che la smetta! Abbiamo capito!”

Per un secondo, tutto tace. Tutti i clienti del bar si girano. Pensano che l’incantesimo si sia rotto. Invece la porta del bar si apre con il campanellino del 1988. Rientra il vecchio. Con lo stesso cappotto anche se fuori ci sono 30 gradi. Sorride per la prima volta. Un sorriso terribile.

“Avete detto la verità. Bravi. Ma ormai è tardi. Siete rimasti qui troppo a lungo.”

I tre capiscono in quel secondo che non usciranno mai. Che rimarranno per sempre prigionieri di quel decennio, mentre fuori il mondo va avanti senza di loro.

È lì che impazziscono del tutto.

Il primo, accecato dalla rabbia, accusa il secondo di avergli rubato gli anni migliori, gli unici anni belli, e lo spinge con tutta la forza contro il juke-box. Il juke-box si sbilancia e gli cade addosso. Di colpo. Un tonfo sordo. Muore sul colpo, sotto le luci rosa e viola. Il secondo e il terzo scappano, terrorizzati, fino a casa del vecchio. La porta è aperta. Dentro ci sono solo due orologi sul muro. Uno fermo sul 1988, uno sul 1998. Tic-tac, ma non vanno avanti. Fanno solo quel rumore.

Il secondo dice: “Rompiamoli e finisce tutto. È l’unico modo.”

Il terzo invece ha paura. Paura nera. “E se li rompiamo rimaniamo bloccati per sempre nel nulla? E se spariamo per sempre?” Litigano. Urlano. Il terzo prende un coltello da cucina arrugginito del vecchio e, senza nemmeno capire cosa sta facendo, pugnala l’amico. L’amico cade a terra vicino agli orologi.

Resta solo lui. Solo. Prende gli orologi e li spacca a terra con rabbia, con tutta la forza che ha. I vetri esplodono in mille pezzi.

Silenzio.

Chiama la polizia con il telefono a gettoni giallo: “Venite al bar, c’è stato un incidente, sono morti tutti. Venite subito!”

La polizia arriva dopo dieci minuti. Entra nel bar.

Ma quando entra nel bar non vede un bar del 1988. Vede il bar di oggi, del 2026. Con le luci a led. E con tre cinquantenni a terra morti da ore. Uno schiacciato sotto un vecchio juke-box che non c’era fino a ieri. Due accoltellati. E un solo superstite sporco di sangue che farnetica di orologi e del 1988.

Lo portano via di peso. Lo chiudono in psichiatria.

Lui è sedato, guarda fuori dalla finestra della stanza. Fuori c’è il suo paese. Ma le macchine parcheggiate sono tutte anni ’80. Una Uno bianca, una Golf GTI. La gente veste con i giubbotti Best Company. Sul giornalaio sotto c’è la Gazzetta del 15 maggio 1988.

Ha detto la verità, ma è rimasto incastrato. Per sempre dal 1988 al 1998. In loop

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