HomeCultura e Tempo LiberoQuarant'anni di "Livin'on a prayer" l'urlo che non muore mai

Quarant’anni di “Livin’on a prayer” l’urlo che non muore mai

Quarant’anni. Quarant’anni fa un gruppo quasi casereccio, molto heavy, molto hair metal, consacrò sé stesso e un’epoca.

Non erano ancora nessuno. Poi arrivò lui.

L’album si chiamava Slippery When Wet. Uscì il 18 agosto 1986. Fu l’album più venduto del 1987, rimase otto settimane al numero 1 della Billboard 200, 12 volte Disco di Platino, oltre 28 milioni di copie nel mondo. Il primo hard rock della storia a piazzare tre hit nella Top 10 americana.

E dentro c’erano tre bombe: You Give Love a Bad Name, Wanted Dead Or Alive e lei, Livin’ On A Prayer. Scritta da Jon Bon Jovi, Richie Sambora e Desmond Child.

Mi chiedi: sono tutti inediti? Sì. Nove canzoni originali, nuove di zecca, scritte per spaccare il mondo. E lo spaccarono.

Quei capelli, quel petto, quella divisa e quegli accordi

Erano gli anni ’80. Capelli cotonati e lunghi con la permanente, il ricciolo coi peli del petto. Le divise di pelle che sembravano uniformi.

E poi quegli accordi tirati. Come li suonavamo noi.
Mi, Re, e nel ritornello pure il Sol. Sparati, aperti, urlati. Tre accordi per dire tutto. L’originale girava in Mi minore, ma noi al circolo li tiravamo così, più alti, per cercare di raggiungere quella nota impossibile del ritornello che ci lacerava la gola.

Io li vedevo dal jukebox del circolo di paese. Un vecchio jukebox, luci colorate, e io che sognavo di diventare come lui. Capello lungo e peli sul petto.

I capelli non li ho più. Cerco ancora la mia Gina. I peli sul petto sono pieno.
Ma canto ancora quella canzone.

La cassetta del signor Bandi

Ho ancora la musicassetta. Acquistata coi risparmi e creste sulla spesa. Dal negozio del signor Bandi a Cerano, ormai chiuso da 30 anni. Il vinile stava perdendo, il walkman era la nostra compagnia. Le cassette si duplicavano a manetta!!! Ma il suono del jukebox era fantastico.

Cercavo di raggiungere la nota nel mio complesso che sognava di diventare i draghi. Infatti eravamo i Dragons.

Nessun altro album mi ha dato quell’impulso di volare. Come nel video dove erano sospesi sulle corde.

Anni dopo in uno spot nazionale per un noto mobilificio ero anch’io tirato su come Jon Bon Jovi, il cantante che dà il nome al gruppo. Ero realizzato anch’io. Avevo volato realmente, non solo con la fantasia.

Oggi su YouTube miliardi di visualizzazioni

Oggi su YouTube la canzone ha miliardi di visualizzazioni. Segno che il nostro amore non passa e fa innamorare anche nuove generazioni.

Le edicole dove compravo giornali e riviste, i negozi di dischi dove passavo i pomeriggi, i bar con jukebox dove mettevo tutte le mie monete per sentire la musica.

Perché una volta la musica era una festa, una liberazione, un evento. Era aspettare per radio o le prime TV tematiche il tuo pezzo preferito. La domenica Discoring e Superclassifica Show. Era andare al bar e sperare che qualcuno mettesse su la tua canzone preferita.

Oggi abbiamo tutto a portata di click ma non è brutto non avere più il piacere dell’attesa e della scoperta.

Livin’ on a prayer… oggi forse le preghiere non vanno più di moda. Ma la speranza di poter urlare a squarciagola la propria voglia di cambiare o di esserci, senza invadere il web di livore e odio, è rimasta.

Gli anni passano ma quei giorni erano i nostri giorni. Dove avevamo punti di riferimento, dove il nostro Bon Jovi cavaliere in pelle non piaceva ai nostri genitori che avevano punti fermi. Non amici, ma genitori.

Ormai dopo 40 anni sono tutti insieme, loro e il nostro idolo. Tutte le nostre preghiere.

Per questo non si esce dagli anni ’80, perché ogni momento ci sembrava speciale. Pure acquistare una musicassetta dal signor Bandi. E questo Bon Jovi fa un gran furore e vende bene bene… a iosa.

Urla… oggi quel grido è una nostra preghiera. Il nostro urlo del ricordo.

Nella foto in evidenza la copertina dello storico album dei Bon Jovi sotto il nostro Max Moletti in versione rocker

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