Senatore Luigi Perruzzotti, perché ha preso a cuore la vicenda del Primo Intervento del Bellini di Somma Lombardo?
«Perché ho l’età per ricordare cos’era quell’ospedale, e ho passato abbastanza anni dentro le istituzioni da sapere come si prendono certe decisioni. Si prendono lontano, si scrivono in una lingua che nessuno legge, e si scoprono a cose fatte. Il Bellini è del 1919. Non lo dico per fare l’elenco delle glorie. Lo dico perché un ospedale con più di cent’anni alle spalle non lo si smonta con una determina di due pagine. Poi c’è un principio che vale sempre».
Quale?
«Le idee, quando nascono per risolvere un problema, sono benvenute da chiunque arrivino: il guaio è che restano splendide finché stanno su un foglio. Ne ho viste passare parecchie, in commissione al Senato: progetti impeccabili nella forma e inservibili nel momento in cui toccavano terra. Chi li aveva proposti aveva già cambiato ufficio, e il conto lo pagava chi era rimasto. Qui il conto lo paga il bacino del Bellini, che non è il quartiere attorno all’ospedale: sono Somma e i comuni intorno, diverse decine di migliaia di persone. Prima di firmare un atto che tocca la salute di un territorio si dovrebbe misurare che effetto avrà su quel territorio. Se quella valutazione esiste, la mostrino. Se non è stata fatta, è più grave ancora».
Quali sono, secondo lei, le criticità che si avranno dopo la chiusura?
«La prima è la più semplice da verificare, e nessuno l’ha smentita: nella nuova sede non c’è la radiologia e non c’è la TAC. Per una lastra o una TAC urgente si torna al Bellini. Mi spieghino come si esegue un accertamento urgente se l’accertamento sta da un’altra parte. La seconda riguarda gli specialisti. In ospedale i medici sono pochi, ma ci sono: il cardiologo lo chiami e scende. In un ambulatorio staccato non c’è nessuno da chiamare, e la consulenza rapida – che in certi casi è quella che decide come va a finire – esce dal percorso. La terza sono le ambulanze. II Bellini ha un accesso pensato per i mezzi di soccorso e per chi arriva in condizioni serie. Una struttura nata per altro non ce l’ha, e non se lo può inventare con la segnaletica. Il resto è aritmetico».
In che senso, senatore?
«Tutto quello che non si chiude a Somma finisce a Gallarate, su un pronto soccorso già carico. E ci sono i tempi: fino a qualche anno fa da Somma a Gallarate erano sette, otto minuti. In certe fasce della giornata oggi quel tempo si moltiplica per quattro. Verso Busto Arsizio va peggio. Sono minuti che a un cittadino in salute non dicono niente, e a un infartuato dicono tutto».
Cosa direbbe a Daniela Bianchi, direttore generale dell’Asst Valle Olona?
«Di metterci la faccia. Una decisione di questo peso si firma con nome e cognome e si spiega ai cittadini di persona. Nei miei anni ho conosciuto direttori generali che rispondevano a un articolo di denuncia il giorno stesso, anche a Ferragosto, e non si sottraevano a un’intervista: la pretendevano. Delegare a un ufficio stampa senza volto è un vezzo che conosco bene, l’ho visto usare da tutte le parti. Ma qui si gioca con la pelle della gente, e allora quel vezzo diventa un’altra cosa. Poi le chiederei di chiamare i fatti con il loro nome. Ho letto la nota ufficiale ed è scritta in quella lingua che si impara apposta per non dire niente: tanti sostantivi, nessun soggetto, un verbo al passivo ogni tre righe. Sfido chiunque a ricavarne cosa succede a un cittadino di Somma alle due di notte.
Questo non è un trasferimento: è la sostituzione di un Punto di Primo Intervento con un ambulatorio che ha funzioni diverse e strumenti diversi. Se la scelta è difendibile, la si difenda con questo nome. Un’ultima cosa, e la dico da persona che ha firmato atti in vita sua. Nelle risposte ufficiali si elencano le carenze che il Primo Intervento aveva già, come se aggravarle fosse la conseguenza naturale. Funziona all’opposto: quando un servizio ha dei buchi, il compito di chi lo dirige è tapparli, non allargarli e poi citarli a giustificazione».
Non si pone il problema di esporsi? Lei ha sempre militato nella Lega e un incarico istituzionale lo ricopre ancora.
«Me lo sono posto per un minuto, poi ho lasciato perdere. Nella Lega ci sto da sempre e non prendo le distanze da niente e da nessuno. Ma una tessera non è un bavaglio: serve a stare dentro le decisioni, non a coprirle quando sono sbagliate. Se militare significasse tacere davanti a una scelta che peggiora l’assistenza, allora avrei sbagliato mestiere quarant’anni fa. E l’incarico che ricopro non è una ragione per abbassare la voce: semmai è il contrario. Chi ha una posizione e la usa per stare zitto, quella posizione la sta sprecando. Chi ha ruoli di rilievo dovrebbe farsi sentii, non meno, più degli altri. Aggiungo che qui la politica non c’entra davvero».
Si spieghi meglio.
«Non esiste una posizione di destra o di sinistra sulla TAC che non c’è più: esiste un servizio che perde pezzi e delle persone che, il giorno in cui staranno male, quei pezzi non li troveranno. Quando si maneggia la salute la politica dovrebbe restare fuori dalla porta. Invece entra per prima, di solito per spiegare che va tutto bene. In piazza a Somma la gente ci è andata senza bandiere e ha avuto ragione: quella è l’unica impostazione che può portare a casa un risultato».
Cosa direbbe invece ai cittadini di Somma Lombardo?
«Che le firme non sono un gesto simbolico. Sono l’unica cosa che finora ha costretto qualcuno a rispondere, e vanno continuate. Una raccolta di firme in un comune come questo pesa più di dieci comunicati, perché è l’unico numero che chi decide non può riscrivere. E che conviene guardare la storia lunga, non l’ultimo mese. Il declino del Bellini comincia una quarantina d’anni fa, quando all’ingresso dell’ospedale, al posto della nursery, è arrivato l’obitorio. Sembra un dettaglio da cronaca minore. Era il primo segnale, e chi c’era se lo ricorda. Da lì reparti soppressi, reparti aperti con la promessa di rilanciare la struttura e chiusi dopo pochi anni – chirurgia, day surgery, oculistica -, la riabilitazione ridotta all’osso, i primari andati altrove uno dopo l’altro. Quindi il consiglio è uno: chiedete atti, non rassicurazioni. Le rassicurazioni sul Bellini le abbiamo già sentite tutte, e sappiamo come sono finite. Un atto invece resta agli atti, e fra due anni si può rileggere».
Chiudiamo con una riflessione sui tempi di questa vicenda.
«La chiusura è arrivata poche settimane dopo l’insediamento della nuova amministrazione, e questo ha permesso a qualcuno di presentarla come un problema del sindaco appena eletto. Basta però guardare le date. Le determine dirigenziali che dispongono lo spostamento, firmate dalla dottoressa Bianchi e dai suoi uffici, sono precedenti all’insediamento. Il che significa una cosa sola: chi amministrava prima aveva gli elementi per sapere. E non ha informato la città, non ha portato la questione nelle sedi in cui la decisione si poteva ancora fermare, non ha lasciato agli atti una posizione formale che dicesse “noi ci opponiamo”. Su una partita di questa portata il silenzio è una scelta come un’altra, e va giudicata come tale. Lo dico senza gusto polemico, perché in quarant’anni di vita pubblica ho imparato che le colpe si distribuiscono male e in fretta. Ma non è una questione di schieramento: è una questione di date e di documenti. Ci sono, sono pubblici, e chiunque può leggerli».
*contributo tratto dal sito partner Malpensa 24 GRUPPO ISENI EDITORI
Nella foto sulla sinistra il Senatore della Lega Luigi Perruzzotti, sulla destra il Direttore generale dell’ASST Valle Olona Daniela Bianchi












