Sin dai primordi della civiltà i colori occupano un posto eccezionale nella simbologia tradizionale. È inoltre provato che la capacità del cervello e dell’occhio di percepire le differenti tinte dello spettro è filogeneticamente molto antica, e ancora, che ciascun colore è legato ad una rete di associazioni cognitive ed affettive.
Ognuno di noi, infatti, attribuisce un determinato significato sensoriale ai colori: se pensiamo al nome di una persona, se ascoltiamo della musica, se nominiamo un mese o un giorno della settimana, attribuiamo inconsciamente ad essi un colore, frutto della nostra soggettiva percezione e della nostra sensibilità.
Tra i colori ce ne sono che riflettono la luce, come il rosso, l’arancio e il giallo, altri che l’assorbono, come il blu, l’indaco e il viola, il verde invece è passivo, e la loro sintesi altro non è che il bianco.
Associato alla luce, all’aria, al sole, alla santità, alla purezza, all’innocenza, il bianco era per gli antichi il colore della divinità.
E una sorta di divinità era considerato l’unicorno, quella fantastica creatura che, a prima vista, appare come un cavallo che ha sulla fronte un corno lungo, acuminato e attorcigliato (emblema sia del sesso sia della castità), un cavallo però di fantasia visto che è dotato di coda di leone e barba caprina, tipico animale del bestiario immaginario del medioevo.
Dell’unicorno o liocorno, si diceva fosse un essere selvatico e ribelle, difficilissimo da catturare, se non per mezzo di uno stratagemma; infatti, soltanto una vergine poteva ammansirlo e farlo adagiare sul suo grembo, dove fiducioso si sarebbe addormentato, e a quel punto i cacciatori avrebbero potuto catturarlo e ucciderlo per impossessarsi del prezioso corno, che si credeva dotato di magiche virtù, tra cui quella di essere un potente antidoto ai veleni.
Un’altra creatura bianca e simbolo di innocenza è la colomba. Essa incarna, infatti, l’immagine dello Spirito Santo, e sette colombe assieme, rappresentano appunto i suoi sette doni: la sapienza, la fortezza, la scienza, la pietà, l’intelletto, il consiglio e il timor di Dio.
Nella Grecia antica era un volatile sacro a Venere, e veniva allevato nei santuari a lei dedicati. Nei quadri del Rinascimento appare spesso accanto alla dea della bellezza che giace languidamente accanto a Marte, dio della guerra che, perso tra le braccia di lei, è completamente vulnerabile e, proprio in quelle tele, la colomba simboleggia la pace che vince la guerra.
E se le colombe erano attributi di Venere, lo erano pure i cigni, che di solito trainano il suo carro, nel quale stanno coloro che si abbandonano ai piaceri dell’amore. La leggenda più bella legata al cigno è sicuramente quella che narra di Leda, moglie di Tindaro, re di Sparta. Zeus, invaghitosi dell’affascinante regina, la sedusse dopo essersi trasformato in cigno ai piedi del Taigeto, monte sul quale volavano spesso quei grandi uccelli bianchi.
A seguito di quel congiungimento ella produsse due uova; uno, da cui nacque Elena, e un secondo, da cui uscirono i Dioscuri Castore e Polluce, simbolo dell’amore fraterno. Eppure, nonostante la sua grazia ed eleganza, in alcuni bestiari medioevali il cigno è giudicato simbolo dell’ipocrisia, perché se le sue piume sono candide, la sua carne è nera.
Suggestiva è anche la figura del pellicano che quando nutre i suoi piccoli, curva naturalmente il becco verso il proprio petto per pescare il cibo che tiene nel sacco golare. Tale movimento ha originato la credenza secondo la quale l’uccello si ferisce per nutrire i propri pulcini, e perciò è diventato il simbolo dell’abnegazione con cui i genitori amano i figli, ed anche simbolo di Cristo che, salendo sulla croce, si è immolato per salvare il genere umano dal peccato. Inoltre, proprio per la strana conformazione del suo becco che ricorda quello di un recipiente per la distillazione, è uno dei simboli dell’iconografia alchemica: rappresenta, infatti, la pietra filosofale che, dispersa nel piombo allo stato fluido, doveva provocare il trasmutamento di quel vile metallo in oro.
Tra gli animali bianchi non possiamo dimenticare l’ermellino. Anche se nella stagione estiva il suo morbido manto è marrone, è pur sempre simbolo di castità perché, secondo un’antica leggenda, piuttosto che macchiare la sua splendida pelliccia preferisce lasciarsi morire. Leonardo lo ha immortalato nel celebre dipinto “La dama con l’ermellino”, ove l’animale è ritratto tra le braccia di Cecilia Gallerani, ad indicare che la fanciulla è virtuosa e casta, sebbene la giovane dama della corte milanese fu amante di Ludovico Sforza.
Altrettanto interessante e curioso è il bianco nei linguaggio dei fiori, delicate creature i cui calici sono ricettacoli di pioggia e rugiada. E se i fiori bianchi sono quelli meno vistosi, in compenso hanno la peculiarità di profumare intensamente.
Il gelsomino, per la sua penetrante fragranza e per la sua delicatezza, è considerato il fiore del Paradiso. Di solito è posto in forma di ghirlanda sul capo dei santi e degli angeli, ma Pascoli nella sua poesia “Il gelsomino notturno” epitalamio che volle dedicare ad un suo amico che si ammogliava, lo intese come la vita che sarebbe presto germogliata nel ventre della sposa.
La rosa bianca è il fiore di Afrodite. Narra il mito che quando la dea nacque dalla spuma del mare di Cipro, spuntò subito un cespuglio spinoso che, asperso dal nettare degli dèi, fece sbocciare immantinente, delle meravigliose rose bianche.
E per rimanere in ambito mitologico, non si può dimenticare il narciso bianco, il cui profumo è soporifero; e questa sua caratteristica narcotizzante ne fa un simbolo funerario; d’altronde il suo nome greco nárkissos, deriva dal verbo narkáo, che significa irrigidire, intorpidire, chiara allusione alla morte. E proprio perché innamorato di se stesso muore il bellissimo Narciso, il figlio della ninfa Liríope che, compiuti i quindici anni, un giorno, assetato, si chinò su una fonte cristallina ove si vide riflesso senza sapere che quell’incantevole immagine era la sua.
Innamoratosi perdutamente di quella creatura che viveva nell’acqua, toccò più volte la superficie per accarezzarla, ma quella, svaniva sempre, allora lui, disperato perché l’altro lo fuggiva, si lasciò cadere nello stagno ed annegò. In questa storia narrata da Ovidio nelle “Metamorfosi”, il ragazzo col nome di un fiore, diventa quindi simbolo dell’egoismo e dell’amore per se stessi.
Il più candido dei fiori è, senza ombra di dubbio, il giglio, che per gli Ebrei è il fiore della conoscenza. Nell’iconografia cristiana, visto che è emblema della castità e della purezza, questo fiore è attributo della Vergine, sia nelle scene dell’Annunciazione che in quelle dell’Assunzione, dove i gigli spuntano, insieme alle rose, nel suo sepolcro vuoto.
Ma il giglio compare pure nello stemma di molte città francesi: Angers, Bordeaux, Carcassonne, Parigi, Lille ed anche in quello della città di Firenze; ed era altresì il segno araldico del re Sole. A questo proposito si racconta che Luigi XIV, sopravvissuto ad un combattimento avvenuto in un acquitrino dove crescevano molti iris, decise di farne il suo emblema. L’iris venne così chiamato fleur de Louis, nome che, pronunciato rapidamente, suonò come fleur de lys, vale a dire giglio, che venne così a sostituire nel suo stemma, l’originario l’iris.
La leggenda più curiosa però, è quella greca che narra come questo fiore, così incredibilmente candido, spuntò la prima volta grazie a Giunone che, intenta ad allattare il piccolo Ercole, aveva lasciato inavvertitamente cadere una goccia del suo latte al suolo; tanto che, nell’antica Roma, proprio in virtù di quella narrazione, il giglio era chiamato “rosa di Giunone”.
E come non concludere questo fantastico viaggio nel mondo dei simboli e delle allegorie senza parlare delle cangianti perle?
La perla è da sempre stata considerata alla stregua di una pietra preziosa, probabilmente per la sua lucentezza che ricorda l’opalescenza lunare. La Gnosi tardoantica, per il fatto che essa si trova celata dentro una conchiglia, la fece divenire il simbolo della sapienza esoterica, intesa più tardi dal Cristianesimo, come la dottrina del Salvatore che resta inaccessibile ai pagani. Curioso resta comunque il fatto, che si credeva si generassero da gocce d’acqua solidificate grazie alla luce solare o lunare.
A cura di Luciana Benotto
















