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Il tribunale del fango: quando l’insulto diventa categoria politica

"Dalla stalla la mucca è fuggita, ma si può sempre riprendere, se si vuole...". Recuperare la civiltà del confronto non significa rinunciare alle proprie idee, ma ammettere che l'altro ha il diritto di non essere infangato

Ciao Evaristo…

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Viviamo in un’epoca che ha scambiato la libertà di espressione con il diritto all’infamia. Quella che una volta chiamavamo “arena pubblica” si è trasformata in un’aula di tribunale permanente, dove però non si cerca la verità, ma la demolizione dell’avversario. È il trionfo del pensiero unico del livore, dove chi urla più forte o chi colpisce più basso viene incoronato vincitore di un dibattito che, in realtà, non è mai iniziato.

La deriva dei garanti: professori e giornalisti
Il segnale più allarmante di questo degrado arriva da chi dovrebbe, per missione e professione, essere il custode del dialogo. Quando un giornalista usa la sua penna non per analizzare l’operato di un governo, ma per colpire i malati, i disabili o popoli interi martoriati dalla guerra, assistiamo a un suicidio deontologico. L’insulto non è critica; è la scorciatoia di chi non ha argomenti.

Allo stesso modo, le quattro mura di un’aula scolastica o universitaria non dovrebbero mai diventare il perimetro di un’inquisizione personale. Il docente che offende protetto dal proprio ruolo tradisce il patto educativo. Se la cultura non insegna il rispetto, a cosa serve? Purtroppo, la storia ci insegna che molti dei peggiori inquisitori non avevano lauree, ma oggi il sistema, seppur meno “rude” nei metodi fisici, rimane identico nella sua spietatezza morale.

Oltre il tifo e il provincialismo
La nostra società sembra divisa in fazioni di eterni liceali. Affrontiamo i problemi del Paese — dalla sanità all’economia — con la stessa logica becera del tifo da stadio. Se il “mio” leader offende, è un uomo forte; se lo fa l’avversario, è un mostro. Questa bilancia truccata impedisce ogni reale progresso. Siamo diventati provinciali dello spirito, incapaci di guardare oltre il nostro piccolo recinto di pregiudizi.

“Dalla stalla la mucca è fuggita, ma si può sempre riprendere, se si vuole.”

Questa metafora ci ricorda che non tutto è perduto. Il rispetto e l’obiettività sono scappati via, travolti dal rumore dei social e dalla cattiva educazione eletta a sistema, ma la porta è ancora socchiusa.

Una proposta di tregua
Recuperare la civiltà del confronto non significa rinunciare alle proprie idee, ma ammettere che l’altro ha il diritto di non essere infangato. Fermarsi prima dell’insulto, limitare il proprio giudizio ai fatti e non alle persone, riscoprire il valore del silenzio davanti a ciò che non si conosce: sono questi gli atti rivoluzionari di cui abbiamo bisogno.

Forse, se smettessimo di alimentare la macchina del fango, la gente capirebbe di più e la situazione ne gioverebbe assai. È tempo di chiederci quanto convenga davvero, a tutte le parti in causa, vivere in un mondo dove l’unica lingua parlata è la maleducazione. Forse è ora di tornare a chiudere la stalla, prima che l’umanità stessa si perda definitivamente nel bosco dell’odio.

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