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Italruby, nel pomeriggio esame di francese

Amarcord, quelli belli, a beneficio di chi c’era, in campo e fuori. In quella circostanza ci negarono financo lo stadio migliore. Perché il Parco dei Principi, i francesi, lo riservavano soltanto alle occasioni importanti, quando i Blues della palla ovale erano incentivati a indossare lo smoking dal blasone dell’avversario.

Così, noi cugini considerati poveri e pure un po’ sfigati, in ragione di quella spocchia che fa tanto Francia, fummo dirottati al Lesdiguières, diecimila posti di capienza e il fascino — si fa per dire — di un campo di periferia. Come dargli torto, a ben pensarci. Alle nostre latitudini, del resto, il rugby era ancora qualcosa che sulla Gazzetta dello Sport, come in tivù, trovava collocazione in fondo, molto in fondo, ben oltre la serie C del calcio, con i rugbisti considerati alla stregua di rozzi omaccioni con i piedi troppo poco educati e il ventre spropositato per fare i calciatori.

Così, alla frontiera, perché al tempo i confini erano ancora lontani dal divenire liquidi, il gendarme, riconosciuto il bus con a bordo la nazionale italiana, sfoderò la consueta battuta che da sempre accompagnava le nostre incursioni nella terra della rivoluzione e della Bastiglia: “Vi siete portati la cesta?”, disse con aria strafottente. Sottintendendo, ovviamente, la quantità di punti che ci saremmo dovuti portare a casa sul groppone.

Quel giorno, però, sul bus degli italiani in cerca di gloria non c’era troppa gente disposta a scherzare. Perché, piano piano, con il lavoro di George Coste — proprio un francese — si era costruita una certa competenza rugbistica e in quella Coppa Europa gli aficionados meno distratti avevano già intravisto qualche indizio interessante. Pillole di un futuro agli albori del compimento. Nulla che potesse far presagire un cataclisma, ci mancherebbe, ma a sfidare la stratosferica Francia, composta per nove quindicesimi dai trionfatori del Cinque Nazioni (con annesso Grande Slam) solo qualche giorno prima, l’Italia schierava una formazione che a rileggerla ora, ventinove anni più tardi, fa tremare i polsi. La mediana era quella di Dominguez e Troncon, il capitano era Giovannelli, c’era Cuttitta a tallonare, la grinta di Francescato e Properzi, Giovanelli e Sgorlon. E via via tutti gli altri, gente speciale con una fame bestiale scalpitante nello stomaco e la propensione a morire sul campo prima di vendere la pelle.

Così, lo scherno ricevuto dall’ignaro gendarme non scivolò via senza lasciare traccia, tra una birra e una sigaretta quali consuete compagne di viaggio, ma accese la miccia. Mai prendere per il naso un rugbista vero. Siamo nel 1997 e, appunto, il più antico torneo della palla ovale, e più in generale anche del mondo dello sport, lo giocano ancora solo cinque nazioni — quattro d’oltremanica più i transalpini — e la massima competizione internazionale a noi riservata è la Coppa Europa, che vedeva, appunto, nella Francia la assoluta dominatrice e noi a fare da onesti sparring partner.

A Grenoble, però, sarebbe presto successo qualcosa di epocale per lo sport azzurro tout court e per l’universo rugby: quella partita assunse immediatamente il significato eterno di madre di tutte le partite. Perché la vincemmo. Una valanga di mete a referto e la perfezione del piede di Dominguez scrissero il 40 a 32 che rappresentò l’acme della rivalsa, un momento di sport ma anche di vita che fu spartiacque, come tutte le volte in cui c’è un Davide a fare piccolo piccolo un Golia eccessivamente sicuro di sé. La sorpresa fu ovviamente enorme. La portata è quella di Buster Douglas che abbatte Mike Tyson, quello vero.

L’Equipe, al solito decisamente migliore dei corrispettivi rotocalchi italiani, l’indomani celebrò il nostro trionfo certificando il compimento di qualcosa di insindacabilmente grande.

Piangevano un po’ tutti: noi dalla gioia, i francesi dalla delusione. Meno uno, il nostro condottiero d’oltralpe George Coste, che a bordo campo in mezzo alla festa già pregustava il volto abbacchiato del gendarme di cui sopra che, infatti, rimase rintanato in guardiola osservando il bus italiano che sfrecciava di ritorno verso Roma, carico di una soddisfazione indescrivibile.

La vittoria di Grenoble cambiò tutto, non è un’iperbole. Perché l’establishment del rugby, sempre così restio alle variazioni delle gerarchie ancorate alla notte dei tempi, si convinse a spalancare le porte del nascituro Sei Nazioni all’Italia. Accadimento che si verificò già tre anni dopo, nulla per le tempistiche bibliche del rugby. L’esordio con vittoria ai danni della Scozia di un altro pomeriggio leggendario in quel del Flaminio, pertanto, fu la naturale prosecuzione di quell’impresa meravigliosa.

Il resto è storia. Una storia che ci ha visto sconfiggere la Francia in altre due occasioni ufficiali, in mezzo a troppe sconfitte sonore, ma si sa, il rugby è sport crudo e poco propenso a fare di un miracolo una consuetudine. Pomeriggio torna in palio il Trofeo Garibaldi, che premia la vincitrice — ovviamente nel contesto del Sei Nazioni — dello scontro non anglosassone tra la nostra nazionale e quella francese.

Molto è cambiato e l’Italia, pur nel mezzo del suo percorso di crescita, è ora compagine dallo spessore universalmente riconosciuto. Ma la Francia in questo momento è probabilmente la nazionale più forte al mondo, insieme agli Springboks, e non è lecito attendersi sconti.

Francia che, con la sconfitta di ieri dell’Inghilterra in Irlanda, è più che mai lanciata verso la conquista del torneo. Per l’Italia una sola novità rispetto a sette giorni fa: all’apertura fuori Pani e dentro Capuozzo. Ange al 15 è probabilmente la migliore collocazione possibile e da lui ci si aspetta quell’imprevedibilità che forse ci è un po’ mancata nelle prime due partite. Se la vittoria è probabilmente fuori discussione, questa Italia ha comunque nelle corde la possibilità di restare agganciata al match almeno fino alla girandola dei cambi.

La nuova statura azzurra è confermata proprio dalle scelte di Quesada, che anche in Francia schiera in avvio il quindici più collaudato senza fare troppi calcoli energetici in previsione dei match a venire, decisamente più abbordabili. Insomma, al Garibaldi contro i cugini si vuole fare bella figura. Poi, chissà, anche quella volta a Grenoble nessuno ci avrebbe scommesso una lira.

Buon rugby a tutti.

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