Prim’ancora di farsi voce fu sussurro. Tesseva di bocca in bocca dentro le aule immerse nel silenzio solido delle lezioni. Quel sussurro “Lui รจ qui” era entrato nel cuore del pomeriggio che, trapassato dalle improvvise raffiche di tramontana, andava rasserenando sotto un cielo limpido e gelido. Tesseva il sussurro penetrando lungo gli ambulacri, saliva le scalinate, s’intrufolava nei dipartimenti specialistici, nelle biblioteche di facoltร . Accadde al trillo orario della campana. Nella ampia sala di lettura centrale densa di respiro fu voce ferma. Una ragazza, cosรฌ si disse nei giorni seguenti, levandosi annunciรฒ a esile tono: “Jorge Luis Borges รจ a Milano”. Cerbero, il bidello addetto alla sorveglianza, piazzรฒ due colpi secchi di martelletto per richiamare il sordo silenzio. Ora perรฒ la studentessa, fremente del proprio arrischio, fu la femmina della sua natura, e alzรฒ a melodia soprana, “atelier Franco Maria Ricci, via Larga, ore diciotto”.
E se ne uscรฌ impettita d’emozione, picchiettando i tacchi mentre Cerbero, preda d’una incontenibile ferocia canina, batteva furibondo il legno sulla cattedra mentre l’aula schiamazzava. Della ragazza, nei giorni che furono, si diceva somigliasse a Medea nella interpretazione di Maria Callas. Cosรฌ il sussurro montรฒ e fu viva voce. Argomento principale mentre si andava svuotando lโaula magna. Anche i professori ne parlavano in quell’opaco monoculare da sopracciglio inarcato e amare labbra. Lui sarebbe giunto a Milano, da Roma? da Losanna? da Parigi? dal labirinto cretese? dal Baltico dove salparono i vichinghi? Ma no! Lui era alloggiato in un albergo del centro. “Cosa dirร ?”, scorreva cosรฌ la domanda, “cosa dirร ?”.
La sera si fece tersa โgelida come la morte e limpida come la gloriaโ, per dirla all’Hugo che osserva la deposizione del Bonaparte allโHotel des Invalides.
Il vento in discesa dal Brennero ululava tra gli androni di via Larga. Serena cristallizzava la notte mentre portieri gallonati fissavano i portoni ai gangi di un ferro forgiato da secoli. Una migliaiata gli studenti traversava la piazza di un Duomo rosainfuocato a passione del corpo e sโincamminava al passo per il Corso Vittorio Emanuele. Non andรฒ inosservata. Si ritiene che un buon numero di chiamate in allarme squillarono in Questura. Presto una posse di celerini intercettรฒ gli universitari, che sโaffollavano davanti una porticina sulla cui sommitร brillava un intenso lume giallo. E non sia oltraggio intenderlo cometa. Lui sarebbe giunto di lรฌ a poco si andava dicendo. E ancora dopo un’ora fasciati dalla tramontana mentre i celerini andavano smistando il traffico veicolare. Infine la mastodontica nera Rolls Royce dellโeditore appontรฒ in un silenzio scosso dal fruscio delle pagine che venivano schiuse. Lui scese.
Sorrideva guardando tutti dal fondo dellโimmensa cecitร e Maria Kodama lo avvolse in un cappotto cammello offrendogli il braccio. โVi posso vedereโ, disse. โIl vostro entusiasmo, che certo non mi merita, mi illumina e ve ne sono gratoโ. Entrรฒ. Lo studio dellโeditore non era che un bugigattolo per pochi intimi. Quella migliaia si raggrumรฒ a corpo unico per sentire le sue parole che giungevano ripetute in un fitto passa parola dalle file avanti alle ultime e rimanevano sospese tuttโintorno, esattamente cosรฌ dipingeva Chagall. Parlava di Dante. Pareva che si fossero incontrati in ascensore. โLa mia poesia davanti ad unโopera di tale maestร non รจ che una manciata di sabbiaโ, disse. โUna manciata di sabbiaโ, ripetรฉ per diamantare lโimmagine. Una manciata di polvere dโoro.


















