Non c’è pace per la cosiddetta “Famiglia del Bosco”. Dopo oltre cinque mesi di separazione forzata, la vicenda che ha scosso l’opinione pubblica italiana si arricchisce di un nuovo, durissimo capitolo. Una perizia depositata recentemente dal consulente del Tribunale dei Minori dell’Aquila ha confermato una linea di estrema severità, descrivendo i genitori come “inadeguati” al loro ruolo e chiedendo che i figli restino in casa famiglia.
Tuttavia, la reazione della difesa non si è fatta attendere. Il perito della famiglia, il noto psichiatra Tonino Cantelmi, ha respinto con forza queste conclusioni, definendole smentite dagli stessi riscontri della ASL.
Il nodo della questione: “Fuori dagli schemi” o realmente dannosi?
Il cuore del dibattito resta lo stesso dall’inizio di questa incredibile vicenda: può uno stile di vita alternativo essere motivo di allontanamento dei figli in assenza di violenza?
Secondo i sostenitori della famiglia, i bambini non hanno mai subito abusi, danni psicofisici o atti di violenza. La loro unica “colpa” sarebbe quella di vivere fuori dagli schemi di una società basata sul consumo e sul conformismo borghese.
“Non si tratta di condividere o meno il loro stile di vita,” si legge nelle note a sostegno della famiglia, “ma di riconoscere che non era uno stile dannoso per i bambini. Almeno, non al punto da giustificare un trauma maggiore come la separazione dai genitori.”
L’ispezione ministeriale e la scadenza del 15 maggio
La vicenda ha assunto una rilevanza nazionale tale da spingere il Ministro della Giustizia Nordio a inviare degli ispettori presso il Tribunale dell’Aquila, a seguito di una petizione che ha raccolto oltre 75.000 firme.
Ora, l’attenzione è tutta rivolta alla Corte d’Appello dell’Aquila, che dovrà pronunciarsi entro il 15 maggio. Sarà quel giorno a decidere se la famiglia potrà finalmente riunirsi o se l’agonia affettiva dei tre minori dovrà proseguire.
La mobilitazione civile: verso le 100.000 firme
L’organizzazione Pro Vita & Famiglia, che segue il caso da vicino, ha lanciato un ultimo appello per raggiungere quota 100.000 firme prima della decisione della Corte.
L’obiettivo: far sentire la voce dei cittadini contro quello che viene definito un “sistema che risponde a se stesso”.
Il risultato atteso: dimostrare che l’opinione pubblica non ha dimenticato Nathan, Catherine e i loro tre figli.
In un sistema burocratico che sembra autoalimentarsi, la pressione dei cittadini resta l’unica leva per chiedere che venga messa la parola fine a quella che molti definiscono, senza mezzi termini, una “prigionia di Stato”.
La petizione continua a raccogliere adesioni online. L’invito per chiunque creda nel diritto alla libertà educativa e nell’unità familiare è quello di condividere la storia e firmare l’appello prima del termine ultimo di metà maggio.















