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L’Egitto dei faraoni in mostra a Milano

Se siete affascinati da questa civiltà, fate dunque una passeggiata al Castello Sforzesco. A cura di Luciana Benotto

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Per chi fosse interessato all’Egitto dei faraoni, anche Milano offre la possibilità di fare questo viaggio a ritroso nel tempo. Certo il museo egizio di Torino è l’optimum in Italia, ma anche la Galleria dell’Antico Egitto del Castello Sforzesco, offre reperti interessanti.

Il percorso espositivo è composto da sei sezioni: la prima racconta come vivevano gli egiziani, la seconda è intitolata “Vivere in eterno”, a seguire “Vivere con gli dèi” la quarta è uno spazio dedicato agli scavi eseguiti negli anni 1934-40 dal papirologo Achille Vogliano che, nel Fayum, zona a 130 km. a sud-ovest del Cairo, scoprì un importante tempio fondato dal faraone Amenemhat III (XIX secolo a.C.); la passeggiata nella galleria prosegue poi con “L’Egitto greco-romano” e termina con quello copto.

Lungo il percorso si possono ammirare oggetti di vita quotidiana, statue di divinità antropomorfe e zoomorfe, i sarcofagi di Peftjauauyaset, amuleti, un frammento del Libro dei Morti di Pashed; e tra le mummie, quella cosiddetta Busca, di epoca greco-romana. È indiscutibile che ciò che più affascina noi moderni, è il settore dedicato alla vita eterna, e proprio per poterla realizzare, gli uomini di quel tempo idearono la mummificazione.

Questa pratica inizialmente avveniva tramite essiccazione nella sabbia; poi però, alla metà del terzo millennio a.C. si passò all’imbalsamazione, procedura che prevedeva l’eviscerazione e l’estrazione del cervello. Quest’ultimo veniva tolto dal naso e buttato, mentre le interiora venivano poste nei quattro vasi canopi che accompagnavano il morto nell’aldilà. I coperchi di questi contenitori rappresentavano i figli di Horus (dio del cielo, della guerra e della giustizia). Il fegato era conservato nel vaso con il coperchio a forma di testa umana del dio Imseti; i polmoni in quello con la testa di babbuino del dio Hapi; la milza e lo stomaco in quello con la testa di sciacallo di Duamutef, e gli intestini in quella con la testa di falco di Qebehsenuef.

Il cuore invece veniva imbalsamato e rimesso nella cavità toracica. A quel punto il corpo era immerso per settanta giorni nel natron, un composto chimico salino che assorbiva tutta l’acqua affinché il cadavere non marcisse. Dopo questo periodo esso veniva spalmato con balsami profumati e fasciato con bende di lino bianche su cui era applicato uno strato di bitume o di cera d’api per renderle impermeabili; dopodiché la salma veniva racchiusa in più sarcofagi se il personaggio era molto importante, come ad esempio i membri delle varie famiglie reali o alti dignitari.

Per questi defunti di solito erano utilizzati sarcofagi antropoidi, ovvero a forma umana. All’interno del coperchio spesso veniva dipinta Nut, la dea del cielo, che era simbolo di rinascita, e nella galleria ci sono degli esempi, così come ci sono begli esemplari di ushabiti, ovvero di statuette a forma di mummia che potevano essere inserite nel sarcofago, insieme ad amuleti che sarebbero serviti ad evitare ai trapassati i pericoli presenti nel mondo dei morti.

Tra questi, l’amuleto più importante, era lo scarabeo del cuore, simbolo anch’esso, come la dea Nut, di rigenerazione, e il cui scopo era quello di esortare il medesimo cuore a non deporre a sfavore del defunto durante la sua pesatura davanti al tribunale di Osiride. Se esso risultava più pesante della piuma di Maat, dea della verità, l’anima veniva divorata da un mostro; se esso invece risultava più leggero, il defunto accedeva al paradiso.

Altresì affascinante è la parte dedicata agli scribi e alla scrittura, che racconta che essa comparve in Egitto più di 5.000 anni fa come strumento per l’amministrazione, ma anche per scopi cerimoniali, religiosi e commerciali. La popolazione che sapeva leggere andava dall’1 al 10%, quindi gli scribi godevano di alto prestigio sociale, e ciò gli garantiva, al momento della dipartita, raffinate sepolture. Nelle tombe erano inseriti i loro strumenti di scrittura affinché potessero proseguire la loro opera nell’Aldilà. Loro patrono era il dio Thot, considerato l’inventore della scrittura e raffigurato come un uomo con la testa di ibis o babbuino.

L’egiziano antico, ritenuto per lungo tempo una lingua misteriosa, apparteneva al gruppo semitico, e fu trascritto per più di tremila anni con due sistemi di scrittura: il geroglifico inciso su pietra o dipinto sull’intonaco liscio a vivaci colori, e lo ieratico, la sua forma corsiva usata per scrivere su papiro oppure ceramica, o su scaglie di pietra dette ostraka.

Il geroglifico fu decifrato dopo la campagna napoleonica d’Egitto, da Jean-François Champollion nel 1822, a seguito del ritrovamento della cosiddetta stele di Rosetta, una lastra di granodiorite sulla quale è inciso in tre lingue: greco antico, demotico e geroglifico, un decreto emesso a Menfi nel 196 a.C., da un consiglio di sacerdoti, per celebrare l’anniversario dell’incoronazione del faraone Tolomeo V; e fu proprio il greco antico a permetterne la decifrazione.

Il geroglifico conta tra i 700 e i 2.500 segni che sono stati divisi in tre categorie: gli ideogrammi che rappresentano l’oggetto disegnato o concetti correlati, i fonogrammi che hanno il valore di suoni consonantici e i classificatori, posti alla fine delle parole per indicarne l’ambito semantico. I geroglifici potevano essere disposti in verticale od orizzontale e si leggevano sia da sinistra a destra che da destra a sinistra; mentre la scrittura ieratica andava solo da destra a sinistra.

Alla metà del VII a.C. fu aggiunto un nuovo corsivo: per l’appunto il demotico, cui si associò sotto il regno dei Tolomei, l’idioma greco. L’ultima fase linguistica del paese fu il copto, scritto usando l’alfabeto greco integrato, quando mancavano i segni, dal demotico, che divenne la lingua dei cristiani d’Egitto dal IV secolo d.C.

Se siete affascinati da questa civiltà, fate dunque una passeggiata al Castello Sforzesco.

Orario: tutti i giorni tranne il lunedì dalle 10.00 alle 17.30
Il biglietto intero costa 10 €, il ridotto 5€ e dà diritto ad entrare anche in tutti i musei presenti nel castello.
L’ingresso ai Musei del Castello Sforzesco è gratuito ogni prima domenica del mese. È prevista inoltre la gratuità tutti i martedì dalle ore 14.00 per i normali ingressi, mentre l’accesso ai Cortili del Castello è sempre libero tutti i giorni.

Portate con voi in vacanza i miei romanzi storici: vivrete molte avventure.

A cura di Luciana Benotto

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