Recentemente facevo riferimento all’importanza delle date nella Storia dell’umanità. Giovanni Paolo II era uno di quelli che dava grande importanza alle date, alla Storia, alla Memoria. E facendo riferimento alla propria Patria, sosteneva che occorre insegnare la verità sulla propria storia. Pertanto, ricordare certe date fa bene. Il 13 agosto 1961 la libertà in Europa subiva uno dei suoi colpi più feroci. Nella notte tra il 12 e il 13 agosto 1961, fu eretto un muro, mentre Berlino dormiva, oltre ventimila uomini tra soldati, poliziotti e miliziani occuparono il confine, bloccarono quasi duecento strade, divelsero le rotaie dei treni, tagliarono i cavi telefonici e stesero tonnellate di filo spinato lungo 156 chilometri.
Subito dopo entrarono in azione gli operai per tirare su i blocchi di calcestruzzo, scortati a vista da soldati con i fucili puntati non solo verso l’Ovest, ma verso gli operai stessi per impedire che scappassero mentre posavano i mattoni. Ma per capire da dove nasce il Muro di Berlino e l’ideologia che lo ha cementificato, bisogna fare un passo indietro fino al 15 giugno di quel medesimo anno.
Quel giorno, durante una conferenza stampa internazionale, il capo della Germania Est comunista, Walter Ulbricht, pronunciò una frase destinata a rimanere tra le menzogne più sfacciate della storia, dichiarando che nessuno aveva intenzione di erigere un muro.
Mancavano esattamente due mesi al 13 agosto. Dietro le quinte, la Repubblica Democratica Tedesca stava precipitando nel baratro. Centinaia di migliaia di cittadini, medici, ingegneri, operai, intere famiglie, abbandonavano ogni giorno il paese passando dal settore orientale a quello occidentale di Berlino, l’ultimo varco rimasto aperto nella Cortina di Ferro.
Il “paradiso socialista” si stava letteralmente svuotando dall’interno. Ulbricht dopo aver avuto il via dal leader sovietico Nikita Chruščëv, affidò l’esecuzione del piano a Erich Honecker, allora responsabile della sicurezza del Comitato Centrale e futuro padrone assoluto della DDR, all’interno di un’operazione segreta codificata come Aktion Rose.
A completare quella morsa non c’erano solo il cemento e il filo spinato, ma il controllo capillare delle coscienze portato avanti dalla Stasi, la famigerata polizia politica guidata per oltre trent’anni da Erich Mielke. Con una rete tentacolare di agenti e centinaia di migliaia di informatori annidati tra colleghi, amici e persino familiari, la Stasi distruggeva la vita di chiunque osasse deviare dall’ortodossia di regime comunista, spegnendo sul nascere ogni forma di libero pensiero.
A quella barriera di cemento e a quel filo spinato diedero subito un nome altisonante, ideato apposta per silenziare la realtà: Antifaschistischer Schutzwall, ovvero “Barriera di protezione antifascista”. Una frase più ipocrita non potevano inventarla.
Secondo i comunisti tedeschi, ma anche per quelli italiani, quel mostro serviva a proteggere i cittadini dal fascismo e dall’imperialismo occidentale. La realtà, quella documentata dagli archivi storici, racconta esattamente l’opposto. La struttura non serviva a tenere fuori ipotetici invasori, ma a incarcerare un intero popolo. Oltre due milioni e mezzo di persone se ne stavano andando, e il regime le chiuse dentro una prigione a cielo aperto dotata della Todesstreifen, la striscia della morte, con l’ordine tassativo di sparare a vista su chiunque cercasse di scappare.
Hanno chiamato antifascista una gabbia di cemento perché serviva a garantirsi una rendita di posizione morale dove chiunque stesse dentro il recinto era automaticamente dalla parte del bene, mentre chiunque provasse a uscire, a protestare o a criticare le scelte del partito veniva bollato direttamente come fascista.
Nel 1989 le persone hanno abbattuto quella struttura a colpi di piccone, dimostrando che la sete di libertà non si ferma con il calcestruzzo.
Eppure, quella specifica forma mentale è sopravvissuta ed è ancora ben visibile nella testa di chi si proclama distributore automatico di democrazia e dispensatore di patenti di libertà.
Nonostante il fascismo storico sia terminato decenni e decenni fa, la parola antifascismo viene continuamente usata come una clava per mettere a tacere qualsiasi opinione fuori dal coro. Il meccanismo segue lo stesso identico binario, l’allineamento alla narrazione dominante garantisce la qualifica di cittadino virtuoso, mentre la critica o il semplice dubbio nei confronti del dogma di turno fanno scattare l’etichetta immediata di fascista.
È la scorciatoia tipica di chi non possiede argomenti veri e si rifugia nella superiorità morale. Ieri erano quelli del Pci, oggi sono i sinistri del Partito democratico. I muri più duri da abbattere non sono mai stati quelli alti tre metri e mezzo fatti di calcestruzzo, – scrive Antonio Cacciatori nel suo profilo facebook – ma quelli invisibili che alcuni continuano a edificare nella propria mente, convinti di detenere il monopolio della verità e il diritto esclusivo di stabilire chi possa parlare e chi no.
Ma la libertà autentica si riconosce proprio da questo, non ha mai avuto bisogno né di filo spinato, né di un pensiero unico da imporre agli altri.
A cura di Domenico Bonvegna












