Il Locarno Film Festival ha riconfermato il suo ruolo in Svizzera e nel mondo con ospiti internazionali ed una grande presenza di pubblico, rimanendo un punto di incontro tra cinema e industria.
Qualche cifra subito disponibile:
Oltre 2000 gli accreditati.
2140 i professionisti dell’Industria.
Anche La Rotonda by La Mobiliare, con oltre 100’000 visitatori, ha confermato la sua capacità di offrire un intrattenimento di qualità.
Conversazione con Darren Aronofsky, che a Locarno79 ha ricevuto il Pardo d’Onore.
Partiamo dall’inizio, come dove sei cresciuto e cosa ti ha spinto verso il cinema?
“Io sono cresciuto a Brooklyn, una città molto grande, molto popolosa; in particolare ero in zona sud, dove ci sono anche le spiagge. Lì fu costruito il primo grande luna park americano, Coney Island. E tutti quei film che raccontano che gli immigrati che sbarcano per prima cosa vedono la Statua della Libertà in realtà sbagliano: la prima cosa che vedono sono le luci del parco.
“I miei genitori erano entrambi insegnanti, quindi la spinta non è nata in famiglia.
Io sono della generazione di Spielberg e Lucas. Quando ero ragazzo per quei film non andavamo a scuola, erano grossi eventi. Poi è capitato che all’università avessi un compagno di scuola che studiava animazione e cinema e io non sapevo ancora cosa avrei fatto della mia vita. Lui faceva questo e fumava erba mentre io facevo i compiti!
Poi ci fu il mio insegnante di disegno, che mi insegnò a disegnare a mano con carta e matita oggetti dimensionali e tridimensionali. C’erano pochi posti in scultura che pensavo di voler frequentare, e per questo scelsi cinema. E fu la prima cosa che mi allontanò da ragazza e amici perché ero molto appassionato. Scoprii il montaggio e come serviva ad accelerare ad esempio il video, che poi ne guardavamo i passaggi su grande schermo ed era estremamente gratificante, fu un periodo entusiasmante.
Non ho potuto laurearmi in arte ma la mia tesi è stato un film.
Un insegnante mi consigliò di trasferirmi a Los Angeles per i corsi e per me fu un mondo strano, perché New York è come una città europea, al contrario della California.”
Come sei arrivato a produrre il tuo primo film?
“Feci dal principio tanti corti mentre i registi che mi presero sotto la loro ala, facevano lungometraggi poi presentati al Sundance ed io fui invitato grazie a loro.
Feci un film sulla mia storia e la mia infanzia a Coney Island e vendette bene.”
Anche con pochi soldi ottenevi effetti visivi brillanti?
“Si perché in base all’effetto che volevo ottenere sapevo che l’importante per l’impatto era ad esempio l’impiego del bianco e nero.
Quando facevo scuola di cinema, mi diedero una pellicola speciale che si può utilizzare da poco esperti, prodotta da Kodak.
Non hai bisogno di un negativo. Non era necessario stamparla e andava bene per principianti e costa poco, non so se la producano ancora.
In quell’occasione girammo in totale per 3 settimane senza feedback.
I Sacrifici per montare un film non si vedono finché non esce, e fu un successo sufficiente per far partire la mia carriera. Per iniziare, i nuovi volti di regia proponevano sempre i loro lavori al Sundance Festival. Io confidavo solo in una proiezione di mezzanotte e invece lo scelsero e andò in concorso.
Vinsi un premio e fu l’inizio di tutto.
Il film che feci dopo fu più difficile…”
Come hai avuto i diritti per Requiem for a Dream?
“Quando andavo a scuola di cinema, mi dissero di fare tre corti e io scelsi gli autori che conoscevo. Tra questi, scelsi Hubert Selby jr. che aveva scritto “Ultima fermata a Brooklyn” prima di “Requiem per un sogno”, ed era una storia con venature esoteriche, ne ero grande fan.
Era una storia di uno che diventa dipendente dai dolcetti della fortuna per decidere le scelte che doveva compiere durante la giornata, quindi era una storia sulla superstizione. Incredibilmente ottenni il suo numero di telefono con facilità. Viveva a Los Angeles.
Era magrissimo e quando mi aprì era in mutande, e mi disse come se niente fosse di aver appena tradotto una poesia di Lao Tsé.
Diventammo molto amici e riuscì a conoscerlo come essere umano nella sua pienezza.
Io sconsigliavo sempre di conoscere i nostri miti di gioventù, a meno di poterli conoscere davvero bene come ho fatto io, o si resta con delle aspettative deluse.
Gli spiegai che mi ero interessato ad “Ultima fermata a Brooklyn” perché era ambientato nel Bronx, che conoscevo bene e lui disse che era ok, perché aveva anche quest’altra storia rimasta in stadbye, delle quali amava le caratteristiche di un personaggio dipendente da droghe, e ne aveva ritrovato la sceneggiatura, svuotando la casa di sua mamma che era appena morta.”
Però racconta vari tipi di dipendenze…
“Era una storia tipica di droghe e poi c’è anche un personaggio donna anziana, che mostrava dipendenza da cibo e da varie fantasie.”
Raccontaci come è nata la tua collaborazione con Clint Mansel, che ti aveva scritto la colonna sonora.
“L’ho incontrato quando giravo “Pi” (“La Teoria del Delirio”), lui faceva musica elettronica e io gli ho chiesto di fare qualcosa per il mio film: è diventato il compositore ufficiale, dopo avermi inviato una cassetta, che registrò dopo che gli avevo inviati a mia volta la sceneggiatura di Requiem. Fu quasi un lavoro folle, perché gli chiesi di lavorare con me in post produzione, smontando e rendendo elettronici frammenti di Mozart.”
Perché hai voluto girare un film così?
“Mi affascinava l’idea che la matematica possa essere mistica e si basa su dei calcoli in questo senso. Mi piace l’idea di questa scena forte in cui lui è ricoperto dai fiori, che gli sbocciano anche dalla bocca”.
E dopo Requiem hai girato una storia spirituale, che va al di là della morte e del corpo…
“È stato come un viaggio interiore cominciato subito dopo Requiem. Avevo ormai 30 anni, ed è una fase nella vita in cui per la prima volta capisci che morirai, che non sei eterno. Entrambi i miei genitori avevano ricevuto diagnosi di tumore o non avrei pensato di fare una poesia per la morte, come una sulla “Fontana della giovinezza”, al cui proposito Aubrey De Grey disse “La morte è una malattia come tutte le altre e troverò una cura”.
Ed era ridicolo pensarlo ad allora, mentre oggi c’è un miliardario che sta investendo su questo progetto. È stato difficile girarlo ma ha avuto grande impatto su alcuni spettatori.
Anni dopo mi trovavo in un centro oncologico dove uno dei miei genitori veniva curato, e c’era un uomo in sedia rotelle, malato, con moglie e due figlie gemelle. Mi riconobbe e mi disse che quel film lo aveva guidato in che modo morire, mentre i miei genitori invece non lo avevano capito. È stato emozionante.”
Non hai mai fatto volentieri invece film come Volverine o Batman, ma te li proposero.
“Non sono mai stato loro fan. Ma avevo amici ai quali piacevano molto questi personaggi è un po’ conoscevo quel mondo. Lessi i loro fumetti con loro psicologia moderna dell’eroe, e mentre giravo Requiem mi chiamó la Warner Bros per propormi un nuovo tipo di Batman ma io non ero così interessato. Oggi cercano i registi giovani per fargli fare quello che vogliono e controllano tutto il loro lavoro. Questo mi faceva temere che se accettavo Batman non sarei più stato associato ai miei film, ma se mi avessero lasciato scrivere la sceneggiatura con Miller, forse ci avrei pensato su, perché era un Batman molto diverso dal cliché del super eroe e avrei cercato di crearne uno secondo la mia visione. Lo avrei fatto soprattutto se Requiem fosse andato male… ma ero più fan del personaggio di Jocker.
Ma mi è andata bene, perché subito dopo Requiem, stavo facevo già The Fountain.
Infine ho girato un film come The wrestler, con un Mickey Rourke più anziano, adatto al ruolo di questi lottatori non più giovani. Sono riuscito a farlo con appena 7 milioni di dollari ed è andato bene. La casa di produzione voleva impormi Nicola Cage ma io non ero d’accordo e avevo ragione, Rourke ha vinto il Leone d’oro a Venezia.”
Cosa ti ha ispirato invece per Il Cigno Nero con la Portman?
“Cercavo materia per una trama su un personaggio dalla personalità doppia e allo stesso tempo, mi tornava in mente mia sorella che per un periodo ha studiato danza classica. Sbirciando nel mondo di Broadway, mi resi conto che “Il Lago dei Cigni” era tutto ciò.”
L’horror non ti dispiace: a gennaio uscirà Pendolum…
“Si, ne parlavo da dieci anni di questo progetto ed ora è pronto. Mi sarebbe piaciuto farlo ancora con la Portman, perché lei ha accettato ruolo nel Cigno Nero anche se difficile da finanziare, dopo il successo di The wrestler: non era un film sulla danza e nemmeno del tutto horror. Un progetto cupo e rischioso”.
Fan di orrore e danza non si mescolano, quindi… In Mother! Hai pure infuso le tue venature in questo senso. Ma in alcuni tuoi film è presente l’elemento religioso. Perché per te è importante?
“Infatti volevo lavorare su Noa da quando avevo 13 anni.
Un giorno ho scritto una poesia su Noè che ha vinto un concorso scolastico, me lo aveva chiesto una mia insegnante, ed era contro la proliferazione delle armi nucleari. Da lì ho capito che forse avevo qualcosa da dire. Per me Noè è stato il mio santo patrono della poesia e della regia!
Considerai nella Bibbia i 3-4 paragrafi che narrano di lui, ma abbiamo preso spunti anche da ciò che si dice tra le righe e ci ho fatto un film senza contraddire nulla del contenuto biblico.
Il nucleo è stato la Creazione, Adamo ed Eva e Caino e Abele, e poi arriva storia di Dio quando il mondo era così pieno di odio e decide di risparmiare solo gli animali, eppure per me era un controsenso perché sceglie Noè che era discendente di Adamo ed Eva, e quindi aveva il peccato originale ma Dio vuole che l’uomo continui nonostante tutto ad esistere.
L’umanità va salvata e protetta e la storia di Noè va in questa direzione.
In realtà poi è facile girare un film dove il potere religioso o dei miti dell’antichità è presente, perché sono le fondamenta della Storia, come ha fatto Nolan con Ulisse e come ho fatto con Pi. La Bibbia ci dà un fondamento su cosa siano Bene o Male.
E “Mother!” è un film anarchico e sperimentale?
“L’ho scritto in cinque giorni, dopo che una psicanalista junghiana mi ha guidato nella comprensione del mio lato ombra.”
Vorrei sapere in che modo scegli gli attori ed il tuo rapporto con Micky che a Venezia era agitato.
“L’importante è trovare l’attore giusto al momento giusto della sua carriera. Micky mi ha considerato una manna dal cielo. e sapeva che gli avrei fatto bene e ha chiuso la bocca. Ha un grande cuore in realtà, è sempre ben intenzionato ma la sua carriera era andata così male, che dormiva sul divano di un amico non aveva soldi eppure era generoso.
Per quanto duro è pieno di amore non ha mai intenzione di ferire.”
Non ci si sente sopraffatti dai suoi temi complessi e questo è bellissimo. Come trova equilibrio a livello di complessità visiva mantenendo la narrazione focalizzata?
“Ogni film e a sé è il regista ha il compito di definire temi e poi si crea il linguaggio visivo che rifletta i contenuti. È importante far vedere il talento, ma non bisogna esagerare con aspetti stilistici che distraggono dall’interpretazione e ho imparato da piccolo, riprendendo mia sorella, a non concentrarmi su dettagli e basta. È un errore farlo.”
Considerando rivoluzione tecnologica c’è un segreto suo?
“La tecnologia è sempre simile ma ogni film ha il suo linguaggio, quando si ha la sceneggiatura si cerca la coerenza ma ci sono cose ignote ed imprevedibili a livello pratico.
Quando ho fatto The wrestler i miei soldi erano limitati e pensavo addirittura di farne un doc.
Quando ho fatto Cigno Nero era importante puntare il lavoro sui danzatori e abbiamo pensato alla camera a spalla, e non si era mai visto farlo in un film d’orrore, così decidemmo di evitare, dopo aver parlato con Natalia e qui di si cambiò ancora la tecnica”.
PIAZZA GRANDE, sera del 15.08.2026
Proiettato l’ultimo film, al di fuori del concorso Prix du Public UBS, vinto dalla regista svizzera Petra Volpe, per il suo film FRANK & LOUIS, con questa motivazione: “Ha conquistato il pubblico di Piazza Grande, per le forti componenti di impegno sociale”.
Trama dell’ultimo film.
NI VUE, NI CONNUE, regia di Marc Fitoussi.
Francia, Belgio, 2026
Prima mondiale
Assistiamo ad una storia che spesso si snoda con un set nel set m, perché la protagonista è Corinne, che da sempre cerca di ottenere il rilievo che merita come attrice, cercando di stringere conoscenze e lasciando curriculum a chiunque, soprattutto gli attori.
Il cinema diventa così metafora della vita: conta molto se ci sei? O nessuno si accorgerà se sarai solo una comparsa e scomparirai?
Nonostante mica tutti siamo attori, e’ impossibile non provare empatia per Corinne, dotata di una resilienza incredibile, nel sopportare offese, derisioni e promesse mancate.
I toni sono dolce-amari, mentre lei di certo ci resta male nel cercare di ottenere il minimo con il massimo dell’impegno, non dando mai a vedere l’amarezza e la delusione.
Già, ma perché non sfonda?
La vita sembra passarle di fianco senza vederla, eppure è molto in gamba.
Sopporta anche quando delle prime donne le bloccano la strada in altre produzioni, attenta ad attaccarsi a qualunque briciola di empatia, in un mondo fatto di protagonismo e vanità.
Consigliato per chi voglia vedere all’opera “una di noi”.
I PALMARÉS LOCARNO79
Vincitore del Pardo d’Oro 2026, “You don’t Belong Here”, di Florin Śerban, Romania, storia del rapporto di un padre con il figlio.
La motivazione: “Per la forza della sua sceneggiatura, la singolarità della sua visione e la straordinaria padronanza del linguaggio cinematografico”.
Tutti i premi con le motivazioni, sono consultabili su:
www.locarnofestival.ch
Le recensioni degli ultimi film visti per voi:
THE HOUSE ON THE MOON, di Nelson Yeo
Singapore, Taiwan, Germania, Indonesia
Concorso Internazionale
Dolce parabola condita con ingredienti fantastici, sull’amore e i passaggi che lo caratterizzano.
L’amore è come una freccia scoccata da un’altra dimensione, da un altro tempo, da persone composte di elementi opposti, che si incontreranno in quella ‘Terra di nessuno’ che è la Luna, per scoprirne asperità e dolcezze, ed infine dirsi che il campo di battaglia più grande e difficile è il cuore.
Per arrivarci, bisogna anche sapersi lasciar cadere (metaforicamente e realmente), con fiducia.
E se si è nati con un grande è difficile compito?
Allora chi ci ama lo condividerà con noi.
I PARDI DI DOMANI
DRIFT, regia di Jérémie Danon e Kiddy Smile
Francia, 2026
Concorso internazionale
Un gruppo di persone di colore discutono tra loro del razzismo strutturato, e di come sia peggiore se sei donna, non binaria/rio, omosessuale, ecc
Non è semplice perché si può essere discriminati su vari fronti.
Emerge una realtà della quale ho fatto esperienza anche io, perché sono parole pronunciate da uno scienziato anni fa ospite di un altro festival ticinese, del preconcetto addirittura che vuole le persone di colore siano poco intelligenti.
I protagonisti del docu-film non si arrendono, vivono comunque le proprie vite, creano legami e riescono persino a riderne.
ALLES GUTE, regia di Patricia Strübin
Svizzera, 2026
Animazione
Concorso nazionale
Il mare come ricordo da portare con sé, in una sorta di dialogo interiore che scompone la protagonista in tante piccole sé stessa.
Il sogno per ricordare quella piccola goccia di mare che si vuole far propria per sempre, è un canto ammaliante che fa sentire la donna un po’ come una sirena, anche se in realtà goffa: un pizzico di poesia per trasformarsi nella creatura marina leggendaria per eccellenza.
SHI HOU, di Hao Zhou
USA, Cina 2026
Concorso corti d’autore
Un appetito sessuale incontrollabile incendia gli animi dei protagonisti di questo corto, che uniscono il tutto in un grande amore controcorrente e stravagante, che sfocerà in un matrimonio al quale parteciperanno simpatici ed originali amici.
Film Piazza Grande, sera del 14.08.2026
Demain je tombe amoureux, regia di
Martin Provost
(Francia/Belgio, 2026)
Prima mondiale – ultimo in gara per il Premio del Pubblico UBS
Un docente di lettere francesi, viene lasciato dalla moglie in prossimità della pensione.
Durante il giorno tiene una delle sue lezioni letterarie, nelle quali scandaglia con gli studenti i meandri dell’amore romantico e sessuale, per poi reperire il semplice e scarno biglietto d’addio della consorte.
Da qui in poi, si susseguiranno episodi esilaranti, all’ombra dell’incontro notturno con un’altra donna rimasta sola, nella quale però lui non individua nulla di particolare, al punto che le rifila i libri dei quali vuole ormai sbarazzarsi e che sta cercando di impignare in una bibliocabina. La donna lo osserverà senza fare commenti.
Vi saranno poi le donne che cercheranno di accaparrarselo: si, un uomo solo scatena sempre competizioni, ad ogni età!
Partita infine per una mini vacanza, in compagnia della donna che sta cercando di conquistarlo, che sarà l’occasione per rivedere l’anziana madre nella casa di famiglia e dove vi saranno altri episodi divertenti.
Non vi sono cadute di tono, nella riflessione su cosa conti di più per iniziare un nuovo amore. Quello della vita.
Link conversazioni con Darren Aronofsky:
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PIAZZA GRANDE, sera del 14.09.2026.
Premiato DARREN ARONOFSKY con il Pardo d’Onore
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Link video Piazza Grande 15.08.2026 con premiazione Prix du Public Locarno79:
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A cura di Monica Mazzei
Redattrice culturale per
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