#Locarno79: conversazione speciale con James Gray

E' iniziata la seconda settimana del Festival con numerose novità. Il reportage completo dalla nostra inviata dal Canton Ticino Monica Mazzei

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Il 10 agosto si è svolta la conversazione con il regista e sceneggiatore statunitense James Gray, che si è descritto come molto onesto sempre, motivo per il quale ha coerentemente invitato gli auditori a non applaudire sempre: “Non ve ne è bisogno ed io so già chi sono”.

Ha raccontato gli esordi affatto semplici e ha dimostrato come non sia detto che per diventare dei grandi, bisogna affermarsi subito.
La conferenza è stata ricca di riflessioni profonde sulle evoluzioni umane del Novecento ad oggi, e la conclusione di James Gray è nonostante tutto ottimista.

Dalle parole di apertura di Giona A. Nazzaro: “Personifichi tutto ciò che è bello e nobile nel cinema americano”.

L’intervista

Little Odessa debuttò nel 1994 e tu avevi 26 anni. Eri un po’ figlio nuovo cinema americano che aveva visto la nascita anche di registi come Tarantino. Come andò?
A Venezia fosti molto celebrato?

“A Venezia ci sono arrivato per una serie di circostanze. Sono andato anche al Sundance Festival ma non ho mai fatto parte del gruppo è stata scelta loro forse, ma non gli piacevo.
Avevo 23 anni quando ho iniziato e il mio film non mi piaceva e sono grato a due donne che hanno deciso di recuperarlo e di portarlo avanti Cecchi Gori che ha detto ‘Facciamolo vedere a Venezia! È un capolavoro e lo mettiamo in concorso!’

Tra gli aneddoti, ricordo che mi scambiavano per il cameriere e
mi ordinavano lo champagne perché ero in smoking! (Ride)

La promozione non era andata bene ed uno degli attori aveva preso persino la pioggia quando è arrivato, perché aveva guidato con una piccola auto con il tettuccio aperto ed era arrabbiato!

C’era anche Armani vicino a me ed un attore che continuava a ripete che era calvo e grasso e mai più avrebbe girato un film ma sono passati 30 anni e ancora continua! Armani si scocció e mi guardó e mi disse secco di stare zitti che voleva vedere il film! (Ride ancora)

I produttori non erano contenti perché era stato bocciato. Sono tornato a Los Angeles abbattuto e di colpo mi hanno chiamato per dirmi che avevo vinto un premio.
Fui abbracciato da Monica Vitti e Al Pacino e compresi che questa vita è fatta di alti e bassi; in fondo, molti registi come ad esempio Wes Anderson non hanno fatto non hanno avuto tutti lo stesso percorso e sarebbe valso anche per me.

Poi decisi che non avrei mai pianificato niente e ho sempre desiderato non far parte dei club. Ho cercato di distanziarmi dagli altri e di raccontare storie soprattutto in modo molto onesto.

C’era quell’anno una giuria piena di gente incredibile che fu carina con me, li ringraziai molto, è merito loro se il film fu apprezzato, perché la vita è spesso fuori controllo ed io ero un coglioncello ma è andata bene!”

Nel tuo secondo film lavorasti con Charlize Tehron e Phoenix, e vorrei che tu mi parlassi della tua predilezione per questi attori e come sei riuscito a lavorarci assieme già al secondo film.

“A molti era piaciuto il primo film che ha avuto molte buone critiche e ho avuto presto una buona fama, come quella di essere piaciuto ai francesi e di sentirmi la versione drammatica di Jerry Lewis. Questo mi aiutò a sceglierli senza fatica. Poi il rapporto con gli attori non sempre è facile anche se mi amano ma spesso sono infantili e insopportabili ma li si ama anche così.

Se l’attore è interessante si possono creare subito belle inquadrature come con i primi piani, come ad esempio un Marlon Brando ed io so distinguere bene da subito chi vale e chi no.

New york è una città che mi ispira per i miei film, perché è davvero americana e ha la ricchezza che le deriva dall’Europa e ha molte sfumature.

A New York la cultura quasi non si può evitare!
Fa parte di me.

Nel tuo film 2007 ci mostra una storia quasi biblica come ‘Padroni della Notte’, attraverso la lente del melodramma. Riscosse molto successo. Cosa ti piace di queste storie?

“Tu dici che aveva funzionato ma USA e Cannes non lo avevano apprezzato.
Non li posso criticare perché talvolta bisogna fare più film perché gli addetti inizino a capirti.
Io non credo fosse un melodramma, per me solo l’Opera lirica lo è.
In inglese, l’opera è molto scenografica, ma per me è l’autenticità della scena e della sua emozione ad essere davvero importante. Io per esempio preferisco Puccini a Mozart, perché secondo me trasmette più emozioni.
Forse potremmo dire che ‘Padroni della notte’ è un po’ patetico, perché i protagonisti sono quelli con l’intensità del dramma Shakespeariano, ed il mio approccio al cinema è quello, si dipana su più fonti artistiche di ispirazione.
La mia ambizione è sempre stata quella di validare le emozioni umane.

‘Two lovers’ forse è più filosofico e più collegato ai temi del giudaismo e del Cristianesimo, che fanno parte come dimensione nel mio film.
Ne ho ricordi divertenti e ne avevo pieno controllo creativo ma avevo pochi fondi.

È stato liberatorio perché non mi sono posto limiti, e sono riuscito a fare una cosa valida, nonostante la difficoltà di prendere decisioni giuste e la fatica di lottare continuamente. Ma mi consolo spesso pensando che anche uno come Coppola ha lottato molto con la Paramount per girare ‘Il Padrino’ come meglio credeva.

Io volevo fare cose opposte al post modernismo, ed essere soprattutto autentico.

Se consideriamo ora il 2026 questo passato ci è servito a poco: i miei figli si preoccupano dell’IA, che non riprodurrà mai le sfumature umane!
Noi abbiamo bisogno di fantasia e onestà che l’IA non potrà mai riprodurre.

Il Cristianesimo ed il Giudaismo sono presenti nei miei film a volte, anche se non credo in Dio, ma penso che la religione abbia dato un impulso. Mi piacerebbe andare in Paradiso ma quello che ho è solo l’arte e se necessario, voglio suscitare anche imbarazzo.

Un altro esempio di miei film ai quali tengo, è ‘C’era una volta a New York’ del 2013, è un’opera con le musiche di Caruso e ho voluto dirigere senza una guida, cercare di avere una versione dal vivo come fosse un Puccini e volevo parlare di una storia tragica.

È stata la mia prima storia con una protagonista femminile, ma a me interessa l’essenza e le relazioni di co-dipendenza che posso mettere in luce nella trama, non importa il genere dell’attore.
Io ho avuto empatia con lei e con la storia che volevo creare, perché mia nonna mi ave a parlato di questa forma di tratta delle bianche immigrate ridotte in schiavitù nel 1920, e che ormai qualcuno aveva deciso di destinare alla prostituzione, soprattutto le polacche.

E stata pura gioia lavorare con quegli attori e l’ultima scena è stata ottimista.”

Nel 2016 hai girato ‘Civiltà perduta’ nella giungla Amazzonica. È stato tosto?

“Peter Caster ha detto la giungla non è il posto migliore girare un film perché gli animali se ne fregano di disturbarti! (Ride).

Con 4 mesi nella giungla, ho battuto anche i tempi lunghissimi di Coppola per girare un film!

La cosa tremenda è che non bisognava mettere la sveglia, tanto alle 4:30 iniziano a pungerti gli insetti e non c’è zanzariera che tiene, un caldo poco più di qui, a ora ed ogni giorno era uguale, ti svegliavano gli insetti.

Poi andavi nel van e l’autista ti chiedeva sempre se volevi un uovo che friggeva su un piano di cottura lì. Pioveva sempre allo stesso orario… Poi si passava al trucco e alle 16 era già buio!

C’erano i coccodrilli ma cercavo di convincermi fossero caimani, uno della troupe l’ha morso un serpente e questa durezza fa parte del lavoro per il film. In Inghilterra invece mi son sentito come Visconti. Mi piaceva l’atteggiamento colonialista.

Poi c’è stato il film di fantascienza che ho girato con Brad Pitt: un viaggio a cercare padre nel sistema solare. Volevo girare un tema dal punto di vista di un figlio che ripercorreva i passi del padre, rivedendo le cose che aveva visto lui.

Tutte le scene lunari le abbiamo girate nel deserto, Pitt era sempre sospeso per simulare la mancanza di gravità. Siamo riusciti a far passare le emozioni ed il mito dell’Uomo in mezzo ai cavi e agli effetti speciali, ma oggi non amo rivederlo perché ne ricordo tutte le difficoltà.

Parlando del mio film ‘Armageddon Time’ del 2022 ambientato nel 1980, ho cercato di metterci molte riflessioni sul legame con i tempi odierni.

Volevo tornare ad essere autobiografico, e abbiamo girato con miei mobili e piatti e l’album foto di famiglia di allora, vicino alla mia casa che abitavo nel 78-79, mai più l’ho riguardato: versione troppo stramba della mia vita!

Lo scopo non era parlare di razzismo e nemmeno così tanto etico: volevo fare un film sulle evoluzioni dei mostri che abbiamo avuto nella Storie e dimostrare, senza una lotta per prendere una posizione che fosse buona o cattiva, che se anche un Hitler è potuto nascere, è perché era già dentro la gente… Mi sembra un film sul confine tra oppressi ed oppressori e come i secondi sperino di guadagnarci, il razzismo e’ solo un valore di sottofondo.

‘Paper Tiger’ proiettato in piazza ieri sera, è solo una versione semplicità delle storie sulla immigrazione russa negli USA, che ho sempre sognato di fare; ma per girare quello che avrei in mente, dovrei recarmi in Russia e non è possibile.

Parlando di chi mi ispiri, volevo dire che ogni più grande sa che tutti rubano qualcosa a qualcuno che ha già girato altro in passato, e l’ho scoperto per caso persino con Kubrick. Grazue a questi film possiamo parlare di chi ti ha ispirato. In confronto, io sono il regista più originale.
L’idea di novità totale bisogna togliersela dalla testa
Gli artisti vogliono solo ricordarci che non c’è nulla di nuovo solo l’essere se stessi sinceri si può evitare il cliché.

Quello che è fresco oggi marce domani, quindi preoccupatevi solo di cosa è onesto sincero e autentico.

Riguardo all’IA, voglio aggiungere ancora che non dobbiamo preoccuparci troppo: sarebbe come se un giorno la gente accettasse di seguire dispute sportive tra robot invece che tra esseri umani. Lo stesso vale per il cinema: chi accetterà dei visi ologrammi?
Nessuno perché è la gente che fa cose straordinarie.

Sé non chiediamo di vedere cose vere allora perderemo

Dovremmo sostituire l’eccesso di materie scientifiche e sostituirle con quelle di lettere, anche se per come vengono insegnate oggi le materie culturali, si è persa la consapevolezza la bellezza che trascende l’umanità: solo così capiremo che la nostra anima non può essere quantificata e sono ottimista.

Facciamo confronto con il novembre 1973: di colpo c’è stata la morte Kennedy, Bonnie & Clyde, i Beatles, Warhol, e non sappiamo mai quando succede qualcosa di straordinario, quindi non disperate perché le cose cambiano continuamente!”.

Proiettato a Locarno79, nell’ambito di Locarno Kids Screening

I LUCK WILL COME, regia di Camille Bildsøe
Danimarca, Islanda, Norvegia, 2026.

La storia prende avvio in Afghanistan dall’avvento del dominio talebano nel 2021 e prosegue con le restrizioni sempre più forti per donne e bambini, sino al 2024.
Il film è lento, sembra quasi di vivere delle vere giornate in un villaggio sperduto di quelle zone.
All’inizio, la protagonista femminile può ancora uscire e gareggiare nell’arte giocoliera, insieme ai coetanei maschi e ad altre ragazzine.
Purtroppo, ciò cambierà al compimento dei 14 anni, età nella quale dovrà smettere di studiare, essere rintanata la maggior parte del tempo in casa e indossare il mostruoso burqa…
Ciò coinciderà inoltre con il matrimonio della sorella di poco più grande, data in sposa ad un uomo più vecchio e già con una prima moglie nella stessa abitazione.

Per contro, i coetanei maschi continueranno attività e lavoro, e a coltivare quei pochi sogni ancora possibili, separati per sempre dalle amiche.

Vedremo la protagonista osservare la povera abitazione nella fioca luce dalle tendine, e camminare con i sandali nella neve per prendere l’acqua: a sorprendere, la completa rassegnazione, benché abbia dovuto lasciare tutto ciò che amava…

Piazza Grande, sera del 10.08.2026

Proiettato FRANK & LOUIS, regia di Petra Volpe

(Introdotta sezione Open Doors e la sua importanza per Locarno, il direttore la descrive come il DNA stesso del festival. Stasera presenti delegazioni politiche dell’Africa centrale ): dei filmati hanno spiegato dallo schermo gigante quello che gli addetti ai lavori hanno compiuto anche quest’anno, per permettere alla sezione di sbocciare.

Il film è diretto dalla regista svizzera Petra Volpe.
E si tratta di una cooperazione svizzero-inglese

Bisogna dire subito che non è “Quasi amici” e che non è una storia per niente buonista…

Vede per protagonista un detenuto abituale dall’età di 16 anni, che finisce spesso relegato in isolamento, a causa della sua propensione alle risse.

L’assistente sociale e psicologa del carcere, con la quale si giustifica di avere difficoltà a gestire la rabbia, gli parla chiaro: se vuole uscire senza allungamenti di pena, deve dimostrare di essere cambiato.

Gli illustra la propria idea: visto che nella struttura penale sono detenuti anche uomini con malattie degenerative, pensava, previ colloqui di sostegno, anche collettivi, di affidargli un detenuto malato di alzheimer.

Anche il malato è litigioso però, forse a causa della malattia e non è semplice assisterlo. Finiranno nella stessa cella e Frank non avrà un attimo di pausa.

Inoltre è preoccupato che tutte le carte siano apposto quando uscirà, e per questo gli serve la collaborazione del fratello, che promette alle autorità di occuparsi del suo reinserimento.

Dalla situazione nascerà eppure una specie di solidarietà, negli sprazzi ancora possibili di lucidità di Louis.

Le notti saranno le più lunghe.

Nello spettatore nasce la compassione a prescindere dai loro reati, nel vederli così infragiliti: afflitti da solitudini abissali ed in qualche caso, anche in procinto di perdere se’ stessi.

Non mancano dei momenti di tensione, quando Frank rischia di perdere la pazienza anche con Louis.

Le criticità del film diverse: di colore, con la malattia di mezzo e detenuti.

In tutto ciò che segue, purtroppo manca l’ultimo tassello: il confronto con la superstite, figlia della vittima di Frank, che giovanissimo si era introdotto in casa loro per una rapina, perché gli servivano i soldi per la droga: comprendiamo che i prigionieri sono 3… Frank che sconta l’ergastolo, la superstite che non l’ha mai superato e Louis che sta sbiadendo…

La giovane donna che ai tempi era bambina afferma che non è d’accordo che Frank esca di prigione.

Tutto si infrange e capiamo che il centro della storia non è la malattia, e che tutto ciò non è stato fatto per far uscire Frank, ma per fargli capire perché deve restare, mostrandogli chi soffre ancora di più o chi soffre da tutta la vita, a causa sua.

È un film durissimo.
Non è la storia delle seconde opportunità.

Piazza Grande 10.08.2026:

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James Gray a Locarno:

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Monica Mazzei
Redattrice culturale per
TicinoNotizie.it

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