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Kosovo: Il muro invisibile di Mitrovica presidiata dai Carabinieri e intervista al presidente dell’UCK

Un reportage di Ticino Notizie attraversa il cuore diviso del Kosovo, dal ponte presidiato dai Carabinieri a Mitrovica fino alla convivenza possibile di Prizren. L’intervista esclusiva a Isa Berisha, presidente dei reduci dell’UCK.

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Circa 40 chilometri a nord di Pristina, il tempo sembra essersi fermato su un ponte. È il ponte sul fiume Ibar, che segna il confine non solo geografico, ma identitario di Mitrovica. Da una parte il Nord a maggioranza serba, dall’altra il Sud a maggioranza albanese. In mezzo, un presidio costante: sono i Carabinieri italiani, parte del contingente NATO (KFOR), a sorvegliare quello che oggi è un passaggio esclusivamente pedonale.

Basta attraversare il ponte per rendersi conto della frattura. A Nord le insegne, i manifesti e le scritte sono rigorosamente in serbo; a Sud, tutto muta radicalmente nella lingua albanese. La tensione non è solo visiva, ma palpabile nelle scritte sui muri che riguardano la miniera di Trepça, storico fulcro economico della regione e oggi fonte di durissimi attriti politici. “Allontanatevi da Trepça” si legge su alcuni muri del Sud, un monito che suona come una minaccia in un equilibrio precario dove, come spiegano i militari sul posto, la situazione è calma ma può degenerare in qualsiasi momento.

Ma come vivono davvero serbi e albanesi lontano dalle telecamere dei grandi network internazionali? Per capirlo ci siamo spostati a Prizren, cittadina multiculturale a sud, per incontrare Isa Berisha, presidente dell’associazione veterani dell’UCK (l’Esercito di Liberazione del Kosovo). Le parole di Berisha dipingono un quadro sorprendentemente diverso dalla narrazione mediatica standard. Berisha sottolinea come a Prizren la scuola ortodossa serba sia regolarmente in funzione, proprio nel centro della città. “Gli anziani serbi che sono rimasti vivono qui senza problemi,” spiega Berisha, aggiungendo che pellegrini e turisti serbi arrivano in autobus, prendono il caffè nei bar locali e visitano i monumenti ortodossi in totale sicurezza. Nonostante il ricordo dei massacri subiti dalla popolazione albanese durante la guerra (Berisha cita i civili uccisi nel suo quartiere, il messaggio dei veterani è netto: “Abbiamo fatto la guerra contro un regime, non contro le persone. Qui sono tutti benvenuti”.

Il reportage che abbiamo realizzato evidenzia un paradosso: se a Mitrovica la divisione è istituzionalizzata e presidiata militarmente, in altre zone del Kosovo la convivenza sembra essere una realtà di fatto, spesso ignorata dai media che preferiscono concentrarsi sui focolai di tensione. Il messaggio che arriva da Prizren è un auspicio di speranza: la memoria del passato deve servire a non ripetere gli errori, indipendentemente dall’etnia o dalla nazionalità.

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