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Viaggi: l’Irlanda preistorica a Brú na Bóinne

Il reportage sull'Isola verde dell'Atlantico del Nord a cura della nostra Luciana Benotto

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Delimitata tra le città di Slane e Drogheda, vale a dire a circa 50 km. a nord di Dublino, si trova Brú na Bóinne, un’area annoverata dall’Unesco fra i Patrimoni dell’Umanità. Si tratta di uno dei siti archeologici più importanti non solo d’Irlanda, ma di tutta l’Europa occidentale. Il luogo, circondato com’è dall’azzurro fiume Boyne, appare come una sorta di isola di smeraldo, fatta di collinette erbose sulle quali si trovano spettacolari tombe preistoriche risalenti ad un periodo compreso tra il 3.200 e il 2.700 a.C. La cima delle colline era evidentemente considerata il luogo migliore per la creazione dei loro preistorici cimiteri.

Centocinquanta sono i monumenti megalitici, tra tumuli, menhir e cerchi di pietre, ma tre sono le tombe più belle e già molto studiate: quella di Newgrange, di Knowt e Dowth, che ci raccontano il tipo di contatto che gli uomini di allora avevano con l’aldilà, e le loro, per l’epoca, incredibili abilità edilizie, viste che sono state edificate da contadini dell’età neolitica con grandi massi e pietre grezze senza uso di leganti. Queste tombe erano per quegli uomini di 5.000 anni fa, luoghi di aggregazione religiosa e sociale, destinazione d’uso continuata poi per tutta l’Età del bronzo, del ferro e addirittura del primo cristianesimo, che vide l’isola invasa da Normanni.

Il tumulo di Dowth, dall’aspetto più selvaggio perché rovinato da un incauto scavo archeologico, è circondato da ben 115 pietre incise e affiancato da due altri tumuli. Contiene due passaggi sepolcrali che conducono al centro, così come quello più celebre di Newgrange, portato abilmente alla luce tra il 1962 e il 1975 dal professor O’Kelly.

Quest’ultima è la più celebre tomba a corridoio d’Irlanda, ed è un sito più antico di 1.000 anni di quello inglese di Stonehenge. Ha un diametro di 85 m. e un’altezza di 12, e le pietre chiare che la fasciano come un bel nastro, sono quarzite. Davanti al vano d’ingresso si trova la Thresgold Stone, vale a dire una grande pietra incisa con decorazioni a spirali, degna rappresentante dell’arte megalitica, i cui diversi disegni incisi: linee rette, a zig-zag, a losanga e serpentiformi, non hanno ancora una spiegazione certa del loro simbolismo, ma si presume che queste incisioni siano testimoni di una cultura connessa alla forza generatrice della natura e ai ritmi stagionali; a quelli del cosmo ed astronomici, come nel caso della spirale che appare sulla Thresgold.

Effettivamente, questa ipotesi calzerebbe a pennello, visto quanto di magico succede ancora all’alba di ogni solstizio d’inverno ed anche nei giorni precedenti e che lo seguono: attraverso una fenditura creata appositamente sopra l’entrata del tumulo il sole penetrava in linea retta nella camera sepolcrale composta da tre vani, là dove riposavano le ceneri del morto che, lasciate un anno al suo interno, dopo essere state illuminate dai raggi solari, venivano levate perché il congiungimento col sole, aveva permesso al defunto di ricongiungersi con la Stella della vita.

Per vedere la camera sepolcrale non bisogna soffrire di claustrofobia, perché il passaggio è basso (1,50 m.), stretto e tortuoso, ma è piuttosto emozionante percorrere quei 19 metri che separano il mondo esterno da quello dei morti. Cosa anch’essa stupefacente è che, a differenza di certe nostre strutture moderne, la volta della camera, che ha un’altezza massima di 6 metri, è stata impermeabile per ben cinquemila anni.

Ma eccoci al terzo tumulo, quello di Knowth, che si trova all’estremità occidentale dell’area di Brú na Bóinne, e che fu usato anche come rifugio durante l’invasione vichinga del XII secolo.

Esso è circondato da altre 17 tombe, e non si visita internamente, ma il sito è altrettanto spettacolare per la presenza di cento pietre decorate e per il fatto che ci si può salire sopra tramite una scala di pietra e osservare non solo l’area cimiteriale, ma tutta la magnifica verde e fiorita vallata in cui pascolano beate bianche e pasciute pecore.

A cura di Luciana Benotto

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