L’ascesa dei Visconti avvenne nel XIV secolo in modo faticoso e burrascoso. Lotte intestine, ma anche fortunate guerre di conquista, costellarono la loro ascesa e la creazione del potente ducato di Milano. I Visconti cominciarono a porre le basi del loro futuro dominio precisamente nel 1278, quando morì l’arcivescovo di Milano Ottone Visconti che ne deteneva il potere signorile.
Quell’anno Matteo, nipote di Ottone, diede vita alla signoria assumendo la carica pubblica di Capitano del Popolo e ricevendo in eredità beni, terre e riscossione delle decime che invece sarebbero spettati per diritto solo ad un ecclesiastico. Il nuovo arcivescovo, contrariato, si rivolse al papa, ma inutilmente, perché Matteo e i suoi figli, pur toccati dalla scomunica di Clemente V, se ne fecero un baffo. I Visconti presero quindi possesso della rocca detta Castello di San Martino, un edificio risalente all’XI secolo, patrimonio della Mensa Arcivescovile. Il 1354 fu un altro anno significativo per l’ascesa del casato; morì infatti l’arcivescovo Giovanni Visconti che lasciò eredi del suo vasto dominio i nipoti Matteo, Bernabò e Galeazzo, figli di suo fratello Stefano.
A Galeazzo II (1324-1378) spettò il borgo di Abbiategrasso.
Il nobile rampollo, già Vicario generale imperiale, si sposò nel 1350 con Bianca di Savoia. La ragazza, che si racconta fosse bellissima, gli era stata presentata l’anno precedente proprio dallo zio arcivescovo, che vedeva in quel matrimonio una garanzia di pace tra loro e casa Savoia. Si trattò di un’unione politica nella quale lei portò in dote ben 40.000 fiorini d’oro, ma stranamente fu anche un matrimonio d’amore, e dopo neanche un anno misero al mondo il loro primo figlio che battezzarono Giovanni Galeazzo Maria, meglio noto come Gian Galeazzo. Per dimostrare il suo amore, il Duca donò alla bella moglie la signoria di Abbiategrasso.
Lei apprezzò molto il regalo, tanto che da allora dimorò spesso nella rocca che il marito utilizzava anche come dimora di campagna durante le visite che inframmezzavano i suoi impegni di Stato, e dove praticava il suo passatempo preferito: la caccia al cinghiale assieme al fratello Bernabò, cacce che avevano luogo nei fitti ed estesi boschi del Ticino.
Bianca, donna colta ed abile amministratrice, si preoccupava con oculatezza del suo piccolo regno, dirimendo con giustizia le controversie dei suoi borghigiani.
Intanto trascorsero gli anni, anni che Galeazzo II impiegò per ampliare le sue terre tramite guerre. Tra le sue conquiste ci fu pure Pavia, e poiché i Visconti sostenevano essere discendenti dei sovrani Longobardi, egli trasferì la sua corte da Milano a Pavia, dove avviò l’edificazione dell’attuale castello che divenne la sua sede ufficiale. Quel castello alla sua morte passò al figlio Gian Galeazzo, cui diede in moglie nientemeno che la sorella del re di Francia, Isabella di Valois, pagando l’esorbitante somma di 500.000 fiorini d’oro e ricevendo in cambio la contea di Vertus, tanto che quest’ultimo assunse a bon droit, ovvero a buon diritto il titolo di Conte di Virtù.
E per chi volesse saperne di più su Gian Galeazzo, consiglio la lettura del mio romanzo A bon droit, dove racconto i cinque anni salienti, tra intrighi, amori e delitti, duranti i quali egli riuscì a spodestare il perfido zio Bernabò e a divenire il primo e amatissimo Duca di Milano.
Egli, il 7 settembre 1388, dopo ben otto anni di matrimonio con Caterina Visconti, una prima cugina che mai avrebbe voluto sposare, divenne padre del sospirato l’erede al ducato di Milano, nacque infatti Giovanni Maria.
La gioia di quell’evento spinse il novello padre a istituire la festività del 7 settembre: giorno in cui dovevano essere sospese le esecuzioni, i giudizi e tutte le attività lavorative. L’8 settembre poi, giorno della nascita della Madre di Cristo, si teneva in quel di Abbiategrasso, una processione in onore della Madonna, e a ringraziamento della grazia ricevuta, egli offrì alla chiesa di Santa Maria, un palio di broccato d’oro e della cera pregiata.
A quell’epoca, avere un erede a trentasette anni (figlio naturale a parte già avuto dalla sua amante Agnese Mantegazza), significava essere in ritardo sui tempi e così, quando il Duca morì quattordici anni dopo, nel 1402, il suo primogenito era troppo giovane ed inesperto per le cose di governo. Lo Stato di Milano si trovò dilaniato dalle lotte delle opposte fazioni e dall’anarchia dei Capitani di Ventura al soldo dei Visconti. Ma ora comincia un’altra storia…
“A bon droit. Il piacere della vendetta” edito da La Vita Felice



















