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Giovani e dipendenza digitale: oltre le condanne, serve educazione

L'intervento dell'Assessore del comune di Magenta Maria Rosa Cuciniello su un tema oggi quanto mai dibattuto

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Negli ultimi mesi, la cronaca ci ha mostrato immagini difficili da accettare: adolescenti come protagonisti di episodi di violenza estrema, dal caso del tredicenne che si traveste da soldato per accoltellare un’insegnante, riprendendo tutto in diretta, al diciassettenne che pianifica una strage scolastica in una chat suprematista. Episodi diversi, ma accomunati da un elemento inquietante: una deriva della violenza tra i giovanissimi che non possiamo più ignorare.

Accanto a questi fatti emerge una questione meno visibile ma profondamente collegata: il ruolo dei social media nel disagio giovanile. Lo dimostrano anche recenti sentenze statunitensi che hanno riconosciuto le responsabilità delle grandi piattaforme digitali, come Meta e Google, accusate di aver progettato sistemi capaci di creare dipendenza nei minori e, in alcuni casi, di non aver garantito adeguata protezione ai bambini dal traffico degli abusatori sessuali.

La storia di una giovane americana, che ha iniziato a usare i social in età precoce sviluppando gravi forme di dipendenza e disagio attraverso la depressione e l’autolesionismo, è diventata simbolo di un fenomeno sempre più diffuso.

Le piattaforme digitali non sono strumenti neutri. Sono progettate per catturare l’attenzione, per trattenerci il più a lungo possibile, per stimolare reazioni emotive continue. Lo scrolling infinito, le notifiche costanti, gli algoritmi che selezionano contenuti sempre più coinvolgenti non sono casuali: sono il cuore del loro funzionamento.

Come Amministrazione comunale di Magenta, da due anni portiamo avanti, insieme alla Polizia Postale e delle Comunicazioni della Lombardia, un progetto rivolto agli studenti delle scuole secondarie di primo grado per promuovere la sicurezza e la consapevolezza digitale. Ai ragazzi abbiamo voluto trasmettere tre messaggi chiari: proteggere se stessi, rispettare gli altri e non avere paura di chiedere aiuto.

Tuttavia, non possiamo pensare che basti una sentenza per risolvere il problema. Le piattaforme vanno regolamentate, ma anche noi adulti dobbiamo assumerci le nostre responsabilità: utilizziamo quegli stessi strumenti che critichiamo e contribuiamo, spesso inconsapevolmente, a rafforzare i meccanismi.

Come ha scritto don Luca Peyron (Fondatore e Direttore Servizio per l’Apostolato Digitale Arcidiocesi di Torino): “Se trasformiamo queste sentenze in alibi, allora non serviranno a nulla. Perché l’educazione digitale non si delega. Non alla tecnologia, che per definizione non educa. Non alla legge, che pur utile nel dare delle linee, per definizione interviene a danno fatto. È una faccenda che riguarda la cultura, e la cultura riguarda tutti”.

La vera sfida è educativa e culturale. Riguarda famiglie, scuola, istituzioni e ciascuno di noi. Solo così potremo accompagnare i nostri ragazzi a vivere il mondo digitale come un’opportunità, e non come un rischio.
Vuol dire capire che, prima di insegnare il coding o cosa sia l’intelligenza artificiale, è fondamentale aiutare i giovani a riconoscere e a vivere le proprie emozioni, dando loro gli strumenti per distinguere le vere relazioni da quelle digitali.

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