Dalle sfide tra Burghy e McDonald’s nella Milano anni ’80 fino a un set cinematografico a Desio. Riflessioni di un attore che, tra un casting e l’altro, ha visto cambiare l’Italia un panino alla volta.
L’odore degli anni ’80 e il tradimento al Burghy
C’è stato un tempo in cui, a Milano, il re indiscusso era il Burghy. Erano gli anni ’80, l’epoca dei Paninari e dei sogni di grandezza. Ma verso la fine del decennio, l’aria stava cambiando. Gli “americani” stavano arrivando e, con l’inizio degli anni ’90, la sfida del fast food si fece serrata a colpi di prezzi bassi e sapore globale.
Io, che di finanze non ne ho mai avute troppe, alla fine ho ceduto: ho “tradito” il Burghy per il McDonald’s. Per noi attori precari, divisi tra un casting e un set, il “Mc” non era solo un ristorante: era un ufficio, un rifugio, un punto fermo dove potevi sederti con pochi spiccioli o, semplicemente, usufruire del bagno in caso di emergenza.
Il provino (andato male) e il colpo di scena
Per anni ho inseguito il sogno di essere il volto di uno di quei panini. Ho lasciato tanti di quei soldi in patatine che speravo in un ritorno d’immagine, ma i provini andavano sempre male. Fino al 2019.
L’occasione arriva con il casting per la nuova campagna con Joe Bastianich. Devo inviare un video-provino: presentazione e scena. Lo faccio male, di fretta, convinto di aver sprecato l’ennesima chance. Vengo messo in “opzione”, ma il destino decide di darmi una mano: il mio rivale cade, e io ricevo la chiamata. “Corri al McDonald’s di Desio!”.
46 minuti di gloria (senza parrucco)
Arrivo a Desio col trenino da Cerano. Niente rimborsi per chi viene da fuori Milano, ma non importa: l’importante è esserci. Sul set la macchina è oleata come una cucina nell’ora di punta.
Trucco e parrucco? Rapidissimo, anche perché per me il parrucco non serve (e non avevo ancora il “baffo che uccide” di oggi).
La scena: Una battuta semplice, efficace, girata fianco a fianco con il testimonial.
Il tempo: 46 minuti contati. Entro, recito, mangio (sfruttando la pausa pranzo) e vado via.
Un’efficienza che solo chi ha vissuto un set con grandi testimonial sa apprezzare: non si perde tempo, si va dritti all’obiettivo.
Un posto nella storia
Oggi, dopo 40 anni di presenza di McDonald’s in Italia, molti guardano ancora con snobismo a quel simbolo. Eppure, dovremmo chiederci come mai sia un luogo capace di generare un senso di appartenenza così trasversale. Ha nutrito il nostro umore, ha offerto una sedia a chi non poteva permettersi un ristorante stellato e ha saputo adattarsi al gusto italiano con insalate e colazioni.
Economicamente, il mio bilancio tra quanto ho speso in panini e quanto ho guadagnato come attore è ancora in passivo, ma il valore umano è incalcolabile. Sono entrato, seppur in piccolissima parte, in una storia lunga quarant’anni.
Il mio sogno è realizzato? Non ancora. Nel cinema, come nella vita, l’importante è fare il “due”: una volta fatto il secondo spot, il resto arriva da sé. In attesa della prossima chiamata, guardo quegli Archi Dorati con la consapevolezza di chi, per 46 minuti, è stato parte della leggenda.
Guarda il video con Joe Bastianich e il nostro Max Moletti:














