Nessun discorso può prescindere da un dato: l’Italia nella sua storia non ha mai sconfitto gli inglesi. Le altre nazioni dell’orbita Sei Nazioni sì, l’Inghilterra no e vorrà pur dire qualcosa. In una, forse due, occasioni ci è mancato pochissimo – quella volta a Roma sotto la neve, per chi c’era – ma il finale ha sempre sorriso ai più blasonati avversari.
L’attualità, però, racconta una situazione potenzialmente diversa. Quello inglese resta un movimento infinitamente più strutturato del nostro e la nazionale, in qualche modo, riflette sempre ciò che sta a monte. Tuttavia, da quando gli azzurri hanno il privilegio di essere parte del più antico torneo sportivo al mondo, quella di oggi pomeriggio è almeno sulla carta la partita più equilibrata.
Che non significa automaticamente vittoria, ci mancherebbe, ma lo sguardo degli inglesi all’uscita dal tunnel dell’Olimpico sarà un po’ meno sicuro del consueto e non è affatto un aspetto banale. Ciò è dovuto alla combinazione di due fattori che sembrano remare dalla stessa parte.
Gli inglesi sono usciti a pezzi dal doppio confronto con Irlanda e Scozia, massacrati in campo e pure fuori dalla stampa casalinga. Con il Sei Nazioni ormai compromesso, limitare i danni appare ormai l’unico obiettivo possibile per loro.
L’Italia, al contrario, ha messo in fila tre partite di assoluto valore, sconfiggendo all’esordio la Scozia, che due settimane fa ha malmenato appunto gli inglesi, prima di perdere in volata contro l’Irlanda, una partita che avrebbe meritato di vincere, e con grande dignità contro la super corazzata francese che per settanta minuti, fino alla follia di Lynagh, ha vissuto lo spettro della disfatta.
Tre partite, quelle dei ragazzi del vate Quesada, che hanno dato morale e consapevolezza a un roster sufficientemente profondo da assorbire una quantità di defezioni ai limiti della statistica, ed è probabilmente questo l’aspetto strutturale di maggiore importanza. Una decina i possibili titolari appiedati e una decina di innesti che non li hanno fatti rimpiangere, qualcosa di impensabile soltanto qualche mese fa. Cose da inglesi, insomma.
Infatti, l’unica squadra europea che abbia mai vinto un mondiale, per la circostanza romana dà una bella rimescolata alle carte e, francamente, non è proprio una buonissima notizia per noi, considerato quanto gli esclusi non abbiano saputo fare nelle scorse partite e la fame che avranno i subentranti, decisi a sovvertire le gerarchie interne.
In casa Italia, Quesada, per la quarta volta di fila, cambia il minimo indispensabile rispetto alla sua idea di formazione titolare. Tre, quindi, le novità.
Intanto, il rientro di Brex, assente per motivi familiari contro Irlanda e Francia, a ricomporre con Menoncello la cerniera che tutto il mondo del rugby ci invidia. In mediana, Alessandro Garbisi prende il posto di Fusco e, con il fratello Paolo, cercherà di dare fosforo e timing alle folate azzurre. Infine, a causa dell’infortunio di Capuozzo, all’ala si rivede il talento cristallino di Pani che, dopo un 2025 speso più in infermeria che in campo, pare essere tornato l’eroe di Cardiff, per chi ricorda una delle mete azzurre più belle di ogni epoca.
Al loro posto tutti gli altri.
La prima linea, innanzitutto. Nicotera con a fianco Ferrari e Fischetti hanno dimostrato non solo di reggere l’urto, ma di poter fare la voce grossa contro qualunque pari ruolo avversario, chiedere agli irlandesi per credere, e sono pronti a replicare la lezione. Ioane e Lynagh confermati all’ala insieme a Niccolò Cannone e Zambonin in seconda, con Lamaro (capitano), Zuliani e Lorenzo Cannone in terza a completare il quindici di partenza.
Dalla panchina una buona notizia, quella del rientro di Allan, pronto a mettere a disposizione la sua precisione dalla piazzola, oltre a un bagaglio inesausto di esperienza. Di Bartolomeo, Spagnolo, Hasa, Ruzza, Favretto e Marin, infine, sono le ulteriori opzioni in corso d’opera.
A proposito di panchina, come visto Quesada torna al 5+3, temendo forse di non poter contare su Brex già in partenza per ottanta minuti o, in una visione più ottimistica della scelta niente affatto peregrina, per garantirsi più chance tattiche in un match che resti in bilico fino alla fine.
Obiettivo minimo di oggi per gli azzurri è quello di restare attaccati nel punteggio, come già con la Francia, per instillare il tarlo del dubbio ad avversari che, avendo tutto da perdere, potrebbero rivelarsi vulnerabili in un ipotetico arrivo spalla a spalla. Per fare ciò, sarà indispensabile non metterli nella condizione di poter scappare anzitempo nello score, scrollandosi di dosso dubbi e paure. Bisogna essere realisti, qualora gli inglesi giocassero con poca pressione per noi sarebbe notte fonda.
Ciò significa per l’Italia alzare il livello qualitativo della touche, balbettante in Francia, e della battaglia aerea, il nostro limite tecnico più evidente, oltre che confermare la robustezza del pacchetto di mischia, la prontezza nei raggruppamenti, la capacità di avanzare con la rete difensiva e l’attitudine al placcaggio. Esercizio, quest’ultimo, che vede gente come Cannone, Lamaro e Menoncello docenti universitari. Facile a dirsi e un po’ meno a farsi, ma è tutto quanto ampiamente nelle corde di Lamaro e compagni.
Morale: se c’è un pomeriggio che possa assurgere a una prima assoluta è forse proprio quello che ci attende. Magari avendo bene in mente un principio cardine dello sport. Non è detto che a vincere sia necessariamente il più forte, talvolta a festeggiare è chi è animato da una superiore voglia di prevalere. Anche nel rugby, dove il risultato può sembrare conseguenza di una scienza esatta.
Ma non lo è.
Buon rugby a tutti.



















