Ci risiamo…. “Uccidere un fascista non è reato”

E' successo di nuovo in Francia con la barbara e vigliacca uccisione di Quentin a Lione

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Papa Leone ci invita giustamente a disarmare il linguaggio e a rinunciare alle parole taglienti, ma di fronte a tanta violenza e anche a tanto sangue, come si fa a mantenere il self control.

In questi mesi abbiamo visto certe forze politiche, certi cattivi maestri, seminare quintali di odio che poi sfociano in atti violenti dove si rischia di morire. L’ultimo episodio a Torino con il poliziotto accerchiato e preso a martellate dai “bravi ragazzi” dei sinistri centri sociali è emblematico. La notizia del grave atto criminoso di Lione ci lascia sgomenti. Alla fine, c’è scappato il morto. Anzi, alla fine si è cercato il morto.

Perché Quentin, il ventitreenne francese che ha difeso la libertà di parola di alcune ragazze contro la deriva islamista e comunista, è stato cercato, fatto cadere a terra e preso a calci fino a sfondargli il cranio.

Come tanti altri ragazzi negli anni Settanta. Stiamo tornando a quell’epoca? Per alcuni sì. Certo non ci sono più quelle forze politiche eversive di allora. Ma la strategia usata da certe frange extraparlamentari appartenenti alla galassia della sinistra è maledettamente simile a quella dei cosiddetti anni di piombo. Gli slogan di allora sono gli stessi di oggi: “uccidere un fascista non è reato”. “Da allora, oggi come allora, gli antifascisti hanno la licenza di uccidere e l’impunità. Possono tranquillamente, pubblicamente rivendicare azioni terroristiche o omicidi tanto non succederà nulla. Anzi, nella migliore (per loro) delle ipotesi, dalla militanza politica passano alla politica attiva”. Vedi qualche onorevole al parlamento europeo. “Ecco cosa succede a tentare di ammazzare un fascista. Niente. Anzi…

È quello che succederà anche a Lione per l’assistente parlamentare della sinistra radicale – una specie di Potere al Popolo della Marianna – accusato di essere l’assassino di Quentin”. Nessuno ha mai pagato e probabilmente anche oggi. La supponenza morale di cui sono intrisi li eleva a esseri intoccabili. Tanto uccidere un fascista non è reato ancora oggi. Sbraitano che c’è ancora il Fascismo perché possono ammazzare perché, se ammazzano, non vanno in galera, ma hanno compiuto un atto di giustizia proletaria. Libertaria. Democratica. La stessa democrazia che, in nome dell’antifascismo, censura gli altri, permette di occupare aule istituzionali, dove improvvisare un festival di starnazzi inventati e post-datati; dove democrazia diventa sinonimo di censura, pure se vivono scollegati dalla realtà.
Chi sono i mandanti, i veri colpevoli di fatti come quello di Lione, di Torino, di Genova, dove si continua a sfilare brandendo chiavi inglesi e inneggiando cori tipo “uccidere un fascista non è reato”.

La settimana scorsa una giornalista, non una ragazzina in preda all’adrenalina da social, ma una professionista dell’informazione, ha pronunciato parole con la tranquillità di chi enuncia un’ovvietà: “La vita di un ladro vale più di quella di un fascista.”

Questa giornalista pensa davvero che un ladro valga più di un fascista? Probabilmente no. Se le entrassero in casa alle tre di notte, strillerebbe come chiunque e chiamerebbe i Carabinieri, non un sociologo. Quella frase non sembra una convinzione. Appare una ciambella di salvataggio. Un segnale di appartenenza tribale, il modo per dire al proprio ambiente: sono dei vostri, non cacciatemi. Peccato che oggi “fascista” significhi: un poliziotto, un avversario politico, chi non si allinea, chi difende l’ordine, chi reclama la protezione dei confini. Siamo tutti fascisti. È così che la violenza viene giustificata e diventa giustizia. E l’odio diventa virtù. Rileggiamo. Un ladro vale più di un fascista. La vita di chi ruba, scassina, aggredisce, entra in casa altrui alle tre di notte, vale più di quella di chi viene etichettato come fascista. E chi distribuisce le etichette? La giornalista e il suo mondo sinistro. Pertanto, Fascista diventa il ristoratore che blocca chi gli svaligia il locale. Fascista è chi chiede più polizia nel quartiere.

Fascista è Mario Cattaneo, l’oste di Casaletto Lodigiano, settant’anni, tre nipotini che dormono al piano di sopra, quattro ladri nel ristorante alle tre di notte.

Cattaneo imbraccia il fucile. Un colpo parte. Un ladro muore. Per la Procura, tre anni di carcere. Per Cattaneo. Non per i complici in fuga. Sette anni di processo. Due gradi di giudizio. Assolto. La prima cosa che fa uscendo dal tribunale è andare in chiesa a pregare per l’uomo che ha ucciso. Ma fermiamoci sulla parola magica. Fascista. Seguo un brillante ragionamento apparso sui social di Roberto Riccardi e non esito a sottoscriverlo.

In un Paese dove il fascismo è morto e sepolto da ottant’anni. Non esiste un partito fascista. Non esiste un’organizzazione fascista. Non esiste un programma fascista. Non esiste un solo elemento della vita pubblica italiana che possa essere definito fascista se non in malafede. Eppure, la parola risuona ovunque, a ogni ora, in ogni dibattito, con la frequenza ossessiva di un tic nervoso. Perché? Perché chi la pronuncia non ha più nient’altro. Il post naturalmente si riferisce ai post comunisti. Niente idee, niente proposte, niente visione del mondo. Non sa come affrontare la sicurezza? Grida “fascista” a chi la chiede. Non ha una politica sull’immigrazione? Da del fascista a chi ce l’ha. Non sa più parlare agli operai, ai commercianti, alle periferie che gli hanno voltato le spalle? Fascista, è una parola che ha sostituito il pensiero. Un riflesso pavloviano al posto del ragionamento. Togli il “fascista” dal vocabolario di questa gente e resta il silenzio. Il nulla.

Un parterre di opinionisti senza opinioni, di intellettuali senza intelletto, di progressisti che non sanno più verso cosa progredire. Nel frattempo, però il comunismo è vivo, vegeto, operativo. Centri sociali operativi che devastano le città. Collettivi che aggrediscono studenti nelle università. Antagonisti che lanciano bombe carta contro la polizia. Ma, se un esaltato alza il braccio destro in un bar, è la prova del ritorno del fascismo. Se un corteo di autonomi mette a ferro e fuoco Torino, sono “manifestanti”. Le Brigate Rosse? Fenomeno storicizzato, ci spiegano. Nessuna continuità ideologica. Capitolo chiuso. Eppure, la galassia antagonista ne rivendica i simboli, ne ripete gli slogan, ne coltiva la memoria come fosse un vanto. Ma non si può dire. Il comunismo non è mai un insulto. Non è mai una condanna civile. Non è mai un marchio d’infamia. Chi ha deciso questa asimmetria? Con quale autorità morale? Provate l’esperimento. Sostituite “fascista” con qualsiasi altra categoria. “La vita di un ladro vale più di quella di un ebreo.” “Di un nero.” “Di un omosessuale.” Carriere stroncate, denunce, ostracismo sociale. Giustamente. Ma il fascista si può anche disumanizzare. Anzi, si deve. È l’unico essere umano la cui eliminazione morale non provoca scandalo nei salotti buoni.

Questo non è un incidente verbale da talk show. È un codice. Il criminale è vittima sociale, disagio incarnato, prodotto delle disuguaglianze. Va compreso, contestualizzato, affidato alla comprensione dei sociologi. Il “fascista” è il nemico assoluto. Va cancellato, delegittimato, ridotto a sottouomo. La sua vita vale meno. Lo dicono in tanti, non sui murales in un centro sociale, ma nei salotti buoni.

La sinistra che produce queste perle si definisce inclusiva, accogliente. Dalla parte dei diritti. Di tutti i diritti. La sicurezza è un’ossessione di destra. Il cittadino che si difende è un potenziale assassino. Il ladro che lo aggredisce è una creatura fragile da proteggere. Perché in fondo è questo il punto: quella sinistra si è autoproclamata depositaria della superiorità morale. Non discute: rieduca. Non argomenta: corregge.

Chi dissente non sbaglia: è malato, va curato, riportato sulla retta via. Lo sa bene il sindaco di Reggio Emilia, del PD peraltro, umiliato pubblicamente da Francesca Albanese per aver osato nominare gli ostaggi israeliani come condizione per la pace. “Non lo giudico, lo perdono. Ma non lo dica più.”

Il sorriso condiscendente della maestra che corregge il bambino deficiente. Dal palco del Teatro Valli, davanti a una folla in delirio. Pol Pot mandava nei campi di rieducazione chiunque portasse gli occhiali, perché leggere era sospetto. Qui non si usano i campi di riso, si usano i talk show, le liste di proscrizione sui social, l’ostracismo professionale. Ma la logica è identica: esiste un pensiero giusto. Chi non vi aderisce va eliminato dal consesso civile. Con dolcezza, magari. Con il sorriso e l’occhiolino alla folla. Ma va eliminato.

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