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Dall'archivio:

Il castello di Kafka, oggi. Ovvero, una mattina all’Ufficio del Catasto di Magenta

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Attenzione: questo articolo fa parte dell'archivio di Ticino Notizie.

Potrebbe contenere informazioni obsolete o visioni da contestualizzare rispetto alla data di pubblicazione.

 

 

MAGENTA – Ieri mi sono reso conto, per l’ennesima volta, dell’estrema attualità dei pensieri del famoso scrittore Franz Kafka scomparso ormai un secolo fa.

A onor del vero tutta le mie e precedenti generazioni sono state affascinate dalle riflessioni di quest’autore, ma già ai tempi gli scritti risultavano a volte ostici e penso che oggi, in un periodo di twitter e fare gli intellettuali è un grave peccato, leggere un libro non fa “populista” a maggior ragione se l’autore è ebreo e non è d’origini italiche.

 

Per ovviare a questo, anziché leggere lo scritto “Il castello”, e fare riflessioni simili, si può accedere all’ufficio decentrato del catasto, sito nel palazzo comunale di Magenta.

 

Veniamo ai fatti. Venerdì 25 gennaio seguendo le evidenti indicazioni esterne, accedo all’entrata laterale del Comune alla ricerca dell’ufficio catasto, superata l’entrata, c’è un cartello con varie indicazioni e frecce, l’ufficio della mia ricerca è indicato a destra, girato l’angolo c’è una porta, da dove si intravede una scala, con la scritta divieto d’accesso alle persone non autorizzate, torno su i miei passi, rileggo, l’indicazione è effettivamente a destra, ritorno alla porta con il divieto, ritorno indietro (inizio a disorientarmi). Decido di svoltare a sinistra, sono in un corridoio degli uffici comunali, di là dei vetri dipendenti che chiacchierano e non mi sembrano eccessivamente impegnati, cerco d’attirare un’attenzione, chiedo e mi dicono che è trasferito al secondo piano, chiedo da quale parte posso accedere al secondo piano (dalla porta interdetta o da altre parti) con aria di sufficienza (effettivamente ero una signore anziano disorientato) mi indicano la via per un’altra scala.

Salgo, chiedo ma mi dicono che si è trasferito. Riscendo (mi sembra d’essere al gioco dell’oca: ritornare alla partenza). A questo punto una giovane impiegata (o per il mio sguardo perso o per conoscenza della mia persona) mi adotta e mi porta al primo piano qua mi indica uno stretto e buio corridoio e mi dice che (essendosi appena spostato non sa dove sia di preciso) ma è la strada giusta. In fondo vedo una bolgia dantesca di persone e deduco che quella è la mia meta. Sedie numero tre, gente in piedi, si socializza e si ride (nelle difficoltà la solidarietà umana ha il sopravvento). In questo frangente noi astanti dobbiamo schiacciarci alle pareti per un via vai di dipendenti comunali che passano verso (scopriamo dopo) le toilette. Penso a una forma di gastroenterite fulminante e mi preoccupo (visto anche nel giro delle due ore d’attesa il passaggio delle stesse persone più volte). Finalmente è il mio turno, a onor del vero me la sbrigo in poco tempo e l’impiegata è gentile, il tutto per un euro (automaticamente mi ritorna alla mente dal film “non ci resta che piangere” la scena della gabella di un fiorino).

Conclusione Kafka era un genio e le cose burocratiche rimangono parte dei misteri reconditi della psiche umana. Un’ultimissima cosa, non so bene chi sia l’assessore competente ma se magari qualche volta passa dagli uffici è una buona cosa.

 

Giuseppe Rescaldina

 

 

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