Egregio Direttore, oggi si fa un giro di quelli seri. Quelli che nel ’95 facevi con la cartina stropicciata in tasca e la guida Mondadori. Oggi con Google Maps e il 5G che prende anche in metro.
Partiamo dal museo delle cere. Madame Tussauds. Nel ’95 era “wow, sembra vero”. Nel 2026 è “wow, sembro più io di me”. Fila epica, 45 sterline di biglietto se non prenoti online. Fate ballare la carta di credito.
Tre cose:
1. I reali sono perfetti, ma non parlano. Come quelli veri. 2. Ho fatto un selfie con Beckham. Un mio socio ha detto “sembra più giovane di te”. Grazie. 3. All’uscita c’è il negozio: calamite a 8 sterline. Nel ’95 con 8 sterline ci mangiavo due giorni.
Da lì bus rosso, direzione Harrods. I grandi magazzini dei grandi magazzini. Entri per curiosità, esci con le vertigini. Profumi, cioccolato, borse che costano come una Panda usata.
Tre cose da Harrods:
1. Il reparto cibo sembra il paradiso terrestre, ma se tocchi una mela ti guarda il maggiordomo. 2. Il bagno è più pulito di casa mia. Con l’addetto fuori che ti sorride. Mi sentivo a disagio. 3. Wi-Fi gratis e potentissimo. Mi sono seduto 10 minuti per mandare foto. Mi hanno guardato male. Non si bivacca da Harrods.
Prendo la Tube e punto sulla zona moderna: City e Canary Wharf. Grattacieli, vetro, gente in giacca e cravatta anche a 30 gradi. Nel ’95 qui c’erano cantieri e promesse. Oggi è Dubai con la pioggia.
Tre cose della City:
1. Tutti corrono, anche se l’ufficio chiude alle 17. L’ansia è il dress code. 2. Una pinta costa 8 sterline. Nel ’95 bevevo con 8 sterline tutta la sera. E avanzava per il kebab. 3. Sotto i grattacieli trovi chiesette del 1200. Londra è così: un millennio ogni due passi.
Chiusura di giornata: Emirates Stadium. Zona Arsenal. Perché un giro a Londra senza calcio è come un risotto senza zafferano.
Tour dello stadio, negozio ufficiale, ed esco con il cappellino rosso dei Gunners. 25 sterline. Un socio: “Ma non tifi nemmeno Arsenal”. Risposta: “Dal ’95 al 2026, il souvenir è legge”.
La fame chiama. Serata finale in un ristorante indiano a Islington. Luci basse, cameriere con turbante, menù che sembra un codice fiscale.
Tre cose dell’indiano:
1. Chiedo “not spicy”. Mi arriva “medium”. Chiedo “medium”. Mi arriva l’estintore. 2. Il naan è più grande del piatto. E buono da piangere. 3. Conto onesto, ma la birra per spegnere l’incendio costa come il curry.
Torniamo in hotel a piedi. Conto i passi: 22.000. Nel ’95 li facevo senza accorgermene. Oggi l’app mi fa i complimenti e io ordino Geffer su Deliveroo.
Tre cose diverse dal ’95, oltre al Wi-Fi:
1. Non ho cambiato una sterlina. Solo tap col telefono. Nel ’95 contavo le monete con la Regina sopra. 2. Prima compravo l’orsetto al museo. Oggi compro il cappellino e lo posto subito: “Ci sono. Stato”. 3. Nel ’95 tornavo con la testa piena di immagini. Oggi torno con la memoria del telefono piena e 400 foto uguali al Big Ben.
Forse è questo il passaggio: prima vivevi, poi ricordavi. Oggi vivi, posti, poi se hai tempo ricordi.
Ma Londra resta Londra. E il curry indiano resta piccante anche se dici “no spicy”.
Meno male che domani si riparte. E meno male che Geffer c’è.













