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La persona che non saluta

C’è una categoria di esseri umani che ha fatto del non salutare una filosofia di vita. L’animale sociale con la sindrome del risparmio assoluto.

Risparmia tutto. Il buongiorno, il sorriso, il cenno con la testa. Se potesse, risparmierebbe anche l’aria che respira, la conserverebbe in un sacchettino per quando gli servirà davvero.

Mi fanno morire quando li becchi in stazione alle 7:40.

Tu sei lì che non hai neppure il fiato per stare in piedi, con la borsa che ti sega la spalla, gli occhi ancora incrostati, e loro sono già sul piede di guerra. Ti squadrano. Ti misurano. Come se il fatto che tu esista a quell’ora del mattino fosse un’offesa personale. Il loro rispetto è pari a zero. O a meno uno. O a sei, dipende da quanto gli fai comodo.

Gente inutile e tossica, a cui non dovresti dare neppure un secondo. Anche perché, nella maggior parte dei casi, non l’hai neppure mai conosciuta.
E diciamolo: molto spesso le peggiori sono le donne, con quell’aria da regina offesa, ma poi ci sono esemplari perfetti in ogni sesso e generazione. Hanno tutti la stessa paura: che se ti salutano perdono importanza. Paura che tu gli attacchi tutti i bottoni. Paura che tu voglia scassinare quella loro cerniera di castità morale con cui vanno in giro.

Il teatro perfetto per questa razza è la stazione di Trecate.

Che poi, chiamiamola stazione. È una fermata dell’anima.
Quella che RFI aveva promesso di riqualificare per l’Expo del 2015 insieme a Rho Fiera, Magenta, Chivasso… sono passati dieci anni e siamo ancora qui.

Vernice scrostata, pensilina che perde acqua anche quando non piove, panchine divelte, il sottopasso che sembra l’ingresso di un bunker con le luci al neon che sfarfallano. I tabelloni che gracchiano, l’erba alta un metro tra un binario e l’altro, i vetri della sala d’attesa che non vengono lavati dalla guerra in Libia. Una stazione che ha bisogno di manutenzione come un malato ha bisogno di ossigeno.

E lì, in quel capolavoro di degrado istituzionale, eccola. Lei. O lui.

Si ferma apposta davanti al vetro. Fa finta di guardare gli orari che ormai conosce a memoria. Si piazza lì, con la sua brutta presenza, a rompere il vetro della vetrina solo con lo sguardo. E tu sei lì.

In quei tre secondi mi passano per la testa tre reazioni:

1. La versione Adriana: “Ciao!!! Ma come stai? Ma che bello vederti! Che fai di bello? Dove vai? Tutto bene a casa? Compilation completa di domande private.”

2. La versione Thomas Milian: secco, diretto, liberatorio: “Se non vuoi salutare, vai a fare in culo.”

3. La versione Amicone Molesto: avvicinarmi, sorridere largo, farle il dispetto più grande: la mia compagnia. “Oh, ma sei tu! Vieni, sediamoci vicini che mi racconti!”

Poi scelgo la quarta. La mia preferita.

Abbasso lo sguardo. Guardo lo schermo dello smartphone. Meno male che ci sono questi cosi. E la lascio libera. Libera di annegare nella sua profonda, disumana indifferenza.

Alla fine, dobbiamo essere grati a queste persone.

Primo: ti fanno risparmiare una brutta compagnia.
Secondo: ti fanno scrivere un pezzo per il blog.
Terzo: ti fanno capire quanto sei grande e buono tu, nel lasciarle andare senza dire una parola.

Non possiamo piacere a tutti. E per fortuna. Certe persone dobbiamo proprio ringraziarle perché, non salutandoci, ci liberano.

Poi finalmente arriva. O non arriva.

Perché ad agosto a Trecate inizia il circo vero.
Fermate interne, due cambi, niente passante. Ti dicono che per andare a Porta Garibaldi devi fare Trecate – Novara, Novara – chissà dove, e poi un altro salto mortale. Nove minuti che diventano 28 minuti con un cambio. Treni sostituiti da bus, bus sostituiti dal nulla, la S6 che sembra un miraggio. Ad agosto non sei un pendolare, sei un sopravvissuto.

E allora lì, sul binario sbrecciato di Trecate, capisci tutto.

Non si può aspettare il treno in eterno.
Come non si può aspettare la gentilezza dalle persone presuntuose.

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