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Ma cos’è davvero Halloween?

Partiamo subito: in un paese come il nostro che ha 8.000 comuni, 8.000 sagre, 8.000 dialetti, 8.000 ricette di ragù diverse e ognuna è “quella originale di mia nonna”, siamo riusciti nel miracolo di non sapere nulla di nessuna.

Siamo colonizzati. Non perché sono arrivati gli americani con Halloween. Ma perché noi le nostre tradizioni non ce le hanno fatte studiare, non ce le hanno tramandate, non le hanno rese appetibili. Ce le hanno tenute chiuse nel cassetto del potere, della parrocchia, del notaio locale. Per tenerci buoni.

E poi ci lamentiamo che i ragazzini fanno “dolcetto scherzetto”. Certo. Se a scuola invece di farci tre anni su “La Gioconda sorride o no?” ci avessero insegnato cos’è il 2 novembre, la festa dei Morti, le tavole imbandite in Sicilia con la frutta martorana, le fave dei morti in Piemonte, i lumini sul Po, forse oggi non avremmo bisogno di comprare una zucca di plastica per sentirci vivi.

NEMO PROFETA IN PATRIA – Cosa vuol dire davvero.

La frase completa non è “Nemo profeta in patria”. È più lunga e fa più male: “Nemo propheta acceptus est in patria sua” – Luca 4,24. Oppure nella Vulgata di Marco 6,4: “Non est propheta sine honore nisi in patria sua et in domo sua” – Nessun profeta è senza onore se non nella sua patria e in casa sua.

Chi l’ha detta per la prima volta? Non Dostoevskij. Non un coach motivazionale su Instagram con la foto del mare. L’ha detta Gesù Cristo in persona. La trovate in tutti e quattro i Vangeli: Matteo 13,57 – Marco 6,4 – Luca 4,24 – Giovanni 4,44. Contesto: torna a Nazareth, va in sinagoga, prova a parlare e i suoi compaesani lo guardano come si guarda al bar quello che torna da Milano e fa “eh, qua non siete evoluti”. Lo rifiutano. Perché lo conoscevano da bambino: “Ma questo non è il figlio del falegname?”.

Ecco. Nemo non è il capitano Nemo. Non è il pesciolino. Nemo in latino vuol dire NESSUNO. Nemo profeta in patria = Nessuno è profeta in patria. Che è esattamente quello che succede in Italia: se sei bravo qui, devi andare fuori a fartelo dire, poi torni e ti applaudono. Se resti qui, sei “quello che si dà arie”.

Ora arriviamo a Dostoevskij. Si scrive così, non Dostonesky. Dostoevskij non ha MAI detto quella frase. Ma siamo arrivati al punto che dobbiamo offendere uno bravo, attribuirgli una frase banale, per non far sentire diverso l’ignorante. Che poi l’ignorante di oggi non è più quello buono che non sapeva e stava zitto. No. È arrogante, prepotente, presuntuoso, con il telefono in mano e la verità in tasca. E si lamenta e protesta per i diritti di tutti? No. Per i suoi privilegi. Per il suo ego. Per il suo parcheggio.

E HALLOWEEN COS’È DAVVERO? E DOLCETTO SCHERZETTO DA DOVE VIENE?

No, non deriva da un film horror. Non da Stranger Things. Non da un cartone animato. Deriva da Samhain, festa celtica irlandese di oltre 2000 anni fa. Si pronuncia “Sau-in”. Era il Capodanno celtico. Finiva l’estate, iniziava la stagione oscura, quella dove si moriva di freddo e fame. Si credeva che in quella notte il velo tra vivi e morti si assottigliasse. Accendevano fuochi, si mettevano pelli di animali per confondersi con gli spiriti.

Poi arriva la Chiesa nel IX secolo, sposta Ognissanti al 1° novembre, e la notte prima diventa All Hallows’ Eve, da cui Halloween.

E il dolcetto scherzetto? Non è americano. È inglese, irlandese, scozzese, medievale. Si chiamava souling: i poveri andavano di porta in porta a pregare per le anime dei morti, in cambio di soul cakes, dolcetti. Oppure guising, travestirsi. Gli immigrati irlandesi lo portano in America e negli anni ’20 e ’30 sui giornali canadesi e americani appare per la prima volta “trick or treat”. Tradotto: o mi dai qualcosa di buono, o ti faccio un dispetto.

Noi invece cosa avevamo? Avevamo la stessa cosa. Il 2 novembre i bambini in Veneto andavano a bussare per le anime dei morti. In Sardegna “Is Animeddas”. In Sicilia i morti portano i regali. Ma noi l’abbiamo nascosto, perché era roba da poveri. Risultato: non sappiamo né la nostra, né la loro.

Siamo bravissimi a confondere la cultura culinaria locale con la foto posata su Instagram con il filtro “Dolce Vita”. “Tradizione” per molti oggi è solo un hashtag.

Quindi sì, facciamo festa. Facciamoci il selfie con la zucca. Sentiamoci importanti. Ma almeno, per una volta, studiatevi una riga di storia prima di mettere il cappello da strega. Perché Nemo profeta in patria e Halloween non è nella sua patria sono la stessa cosa: due feste che nessuno sa da dove vengono, festeggiate da gente che non sa dove va.

E a proposito, tra pochi giorni è la Festa dei Morti. Tranquilli, non quella dei parenti. Quella delle nostre tradizioni: sono morte da un pezzo e nessuno ha portato nemmeno un fiore.

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