Siamo prigionieri di una perfetta tautologia dialettica, di un sofisma circolare che nemmeno Escher avrebbe saputo architettare con più pervicace coerenza. Un circolo vizioso, appunto.
Atto primo, Milano. Il proscenio è noto.
La Polizia è poca. Pochissima. Una rarefazione ontologica del contingente. Colpa del Governo, s’intende. Un esecutivo distratto, reo di non aver moltiplicato pani, pattuglie e volanti.
Atto secondo. La Polizia, nella sua esiguità numerica, interviene. Apriti cielo. Interviene con eccessiva veemenza? Fascista! Colpa del Governo, che la istruisce alla repressione. Interviene con titubanza leibniziana? Inetta! Colpa del Governo, che la mortifica. Non interviene? Complice! Colpa del Governo, che la rende connivente. In ogni quadratura ermeneutica, l’accusa è salva, la Polizia è sotto accusa.
Atto terzo, i protagonisti. I ragazzi. Sono poveri cristi, certo. Sradicati, deprivati, vittime di un determinismo socio-economico che li assolve a priori. Vanno capiti, decodificati, contestualizzati con acume sociologico. Ma – e qui la dissonanza cognitiva si fa sinfonia – vanno fermati. Da chi? Dalla Polizia. Che è poca. E che forse, a forza di delegittimazione, non può neppure più espletare la funzione di polizia senza incorrere nell’anatema.
Atto quarto, il coro. I cittadini. Devono intervenire. È civismo, è sussidiarietà orizzontale. Nessuno ha mosso un dito, scandalo! Ma se intervengono? Sono fascisti, squadristi, giustizieri della notte. Vanno indagati, condannati, esposti alla pubblica gogna. Si veda, come paradigma giurisprudenziale, il fatto di San Benedetto. Lì l’uomo che difese fu crocifisso più del reo.
E così si ricrea, con perizia filologica, l’effetto frigorifero. Ricordate? L’ MSI di almirantiana memoria: puoi prendere i voti, ma non puoi usarli. Li metti nel frigorifero della democrazia sorvegliata. Oggi il meccanismo è più raffinato: puoi avere ragione, ma non puoi esercitarla. Come ti muovi, hai torto.
È il paradosso shakespeariano del Giulio Cesare: “Il male che gli uomini fanno vive dopo di loro; il bene è spesso sepolto con le loro ossa”. Bruto colpisce Cesare per amore di Roma, e Roma lo condanna. Il cittadino interviene per amore di Milano, e Milano processa il cittadino.
E qui interviene Goldoni, con la sua smaliziata locandiera Mirandolina: tutti la vogliono, tutti la corteggiano, ma guai a possederla. Così è il decoro urbano: tutti lo invocano, nessuno può toccarlo.
Come si esce da questo circolo vizioso? Fino al ritorno al governo dei Giusti, dei Puri, degli Unti dal Verbo?
Beh, è semplicissimo. Applicando il comunismo perfetto, nella sua accezione più escatologica e risolutiva.
I negozi devono chiudere. Tanto poi li riaprirà il Comune. Con gestione partecipata, collettivizzata, illuminata. Tutti devono aspettare la Mamma dal Pubblico. Una Mamma Stato iper-trofica, salvifica, dispensatrice di sussidi e assoluzioni. Così non c’è più nulla da rubare. Nulla da saccheggiare. Se togli l’oggetto del desiderio, estingui il desiderio stesso. Problema ontologico risolto alla radice.
Perché a furia di difendere sempre e solo Caino, con pervicace misericordismo pelagiano, si finisce inevitabilmente per far morire Abele. E Abele, stavolta, aveva la saracinesca abbassata.
Ah, nota di colore per i patiti dell’ermeneutica razziale: c’erano pure italiani!!! Il che fa molto ridere, se non fosse tragico, tutto il teorema sul razzismo contro gli italiani. Un ossimoro che diventa paradigma.
E allora, come si fa… a fermare il mare? Come recitava Serse?
Primo: andiamo incontro all’invasore abbracciandolo. Metodo catartico-assimilatorio. L’alterità si dissolve nell’abbraccio.
Secondo: mi viene in mente quando facevo televendite. Non andavano mai bene, le pentole, i materassi, i tappeti. Finché non arrivava quello giusto. L’acquirente giusto. Ecco, aspettiamo quello giusto. L’epifania del delinquente redento che non delinque più.
Terzo: per chi crede, nessuna prova è necessaria. Per chi non crede, nessuna prova è sufficiente. Assioma tomistico perfetto per chiudere ogni dibattito con l’archiviazione del reale.
Non si esce dal circolo. Massimo, si chiude. O non si va più. O, forse, ed è l’ipotesi più eversiva e reazionaria, è ora di cambiare circolo. Di spezzare l’ipse dixit.
Forse non tutti sono d’accordo. Pure a sinistra. Pure tra i molti extracomunitari, che vanno aiutati ad uscire da questo circolo, perché primi ostaggi di un sistema che li vuole eterne vittime per non farli mai cittadini.
Massimo Moletti













