RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO – “C’era un tempo in cui l’extracomunitario (con rispetto parlando) aveva l’accento di Napoli, di Reggio, di Palermo. Non serviva il passaporto. Bastava scendere dal treno.
Io me lo ricordo bene quel tempo. Al bar. Io mangio e tu guardi. Era la regola non scritta.
Noi ragazzini con le 500 lire in mano strette come fosse un lingotto. Un dramma esistenziale: patatine? Pizzetta? Ghiacciolo? Un bicchiere d’acqua? Una partita al videogioco o a calciobalilla? Si contava tutto.
Loro no. Loro mangiavano e bevevano. Facevano la fortuna dei baristi. Ordinavano, ridevano forte, occupavano tutto. Con quella parlata stretta che da noi in Piemonte non si capiva, quei vocali tirati, quei boccali che diventavano megafoni.
A carte era uguale: uno beveva troppo, l’altro non beveva nulla. E poi improperi a raffica, parolacce come virgole, mani pesanti. Galanti con le donne? Per niente.
Mi ricordo ancora quel detto dalle nostre parti: “Io mangio e tu guardi” non era una battuta. Una volta finì a cazzotti, un montante dritto nel naso perché uno beveva tutta la birra senza mai pagare il giro.
Erano così. O almeno, così ce li raccontavamo.
Si rideva di nascosto, facendo quelle facce strane che facevano “loro”, ma senza farsi vedere. Perché girava voce che a casa picchiassero duro. I vicini li guardavano con sospetto e dicevano: prima prendono un pezzo, poi prendono tutto. Costruivano senza permessi, parcheggiavano ovunque.
Il cattivo e il buono c’è in ogni categoria, per carità. Ma in quel gruppo, si diceva, ce n’erano molti.
E poi ad agosto, finalmente, silenzio. Per un mese non sentivi più le loro grida. Partivano tutti giù, a festeggiare il loro santo. Poi tornavano. Con il fratello. Poi il cugino. Poi fino all’ultimo grado della scala parentale.
Apri l’elenco del telefono di una volta – che oggi non c’è più – e guarda i cognomi più diffusi a Cerano, a Novara, a Torino, a Milano. Non sono più i nostri. Hanno sostituito. O forse, più semplicemente, hanno costruito.
Forse non era vero che venivano trattati meglio per riverenza o per paura. Forse era solo fame, la loro, e voglia di prendersi un posto.
Poi qualcosa è cambiato. Qualcuno ha messo giacca e cravatta. Hanno messo a posto la capa. Hanno iniziato a sposarsi con le nostre ragazze. È nato il “meticciato” che oggi è la normalità. Altri si sforzavano di parlare il nostro dialetto, proprio mentre noi smettevamo di parlarlo perché qualche intellettuale da pizzeria ci dava degli ignoranti se lo usavamo.
Restano tre fatti, oggi.
Primo: “Io mangio e tu guardi” non si dice più. Non perché siamo diventati più educati, ma perché molti dei nuovi arrivati non consumano nemmeno al bar. E poi, provalo a dirlo oggi a un bambino, finisci dritto in tribunale.
Secondo: a noi chiedono di rispettare tutte le regole, alla virgola. Per i nuovi, non si sa bene come funzioni. Così si sente dire in giro.
Terzo: prima ci indignavamo per l’origine dei reati come facciamo oggi. E c’erano giovani in giro senza scarpe anche allora.
La tolleranza è aumentata. Forse è diventata sudditanza. E quando l’ingiustizia è percepita, non è mai un buon segnale.
Ognuno dirà la sua. Ma le sostituzioni ci sono sempre state. Nei secoli dei secoli. C’è sempre qualcuno che fa la sua fortuna in mezzo a guerre, pestilenze, carestie e liti tra poveri.
Solo che oggi fa strano pensarci: prima gli “extracomunitari” eravamo noi. Anzi, erano loro: i meridionali. Quelli che oggi sono i padroni – con la casa, l’azienda, il geometra, l’assessore – erano quelli che nessuno voleva. Il vero riscatto sociale. Domani che succederà?
Il padrone, insomma, è fuori moda. Perché il cerchio si è chiuso”.













