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Il primo capitolo è sempre il più bello. Telegatti 1998: quando eravamo pochi, improvvisati e ci divertivamo di più

Una regola della vita che vale per tutti i settori. In questi giorni mi è tornata in mente una missione che noi universitari affrontammo ai Telegatti del 1998.

L’anno dopo, nel 1999, ci tornammo. Eravamo di più, più gasati, forse anche più organizzati. Eppure non ci divertimmo come il primo anno.

Perché?

Perché nel secondo capitolo erano comparsi anche loro: i simpatici, i saputelli, quelli del “so tutto io”. Esseri che, prima o poi, ognuno incontra sulla propria strada e che, quando finalmente si allontanano, quasi li benedice.

Preghiamo per non incontrarli più e poi, quando succede, ci accorgiamo di quanto è bello il mondo senza di loro.

Purtroppo sono anche quelli che arrivano quando la frittata è già pronta, appetitosa e ricca. E a quel punto diventa difficile dirgli: “No, grazie”.

Ma il secondo capitolo mi ha fatto capire una cosa: spesso le cose improvvisate, fatte con pochi fondi ma con tantissimo entusiasmo, sono quelle che rimangono più belle e memorabili.

Senza i perfettini del puntino e della virgola. Senza quello che deve essere fatto tutto “come si deve”.

Perché a volte bisogna semplicemente farlo.

Ed è quello che dovrò fare io, insieme al mio staff: amici, amanti, parenti e congiunti.

La magia della prima volta. La prima volta è quasi sempre più magica.

Purtroppo è una regola che vale in moltissimi settori.

Nel cinema, per esempio, capita spesso che il secondo film non abbia lo stesso successo del primo. Nei cantanti succede che, dopo il primo album, arrivino troppe persone a consigliare, correggere, sistemare e, alla fine, a togliere proprio quello che li aveva resi originali.

Agli scrittori capita di perdere le spigolature, quelle imperfezioni grezze che all’inizio erano proprio la loro forza. Ai presentatori di iniziare a curare tutto tranne l’estro. Ai registi di non avere più la forza — o la libertà — di cambiare autori e sceneggiatori. Agli atleti di cominciare a dosare le energie.

E forse c’è una spiegazione molto semplice: con il primo capitolo difficilmente si diventa ricchi e potenti.

E allora, quando arrivano il successo, i soldi e il potere, vieni risucchiato in un vortice. Ti ritrovi dentro un canale fatto di regole, paesaggi obbligati, spazi dovuti, persone necessarie e consigli indispensabili.

E piano piano perdi qualcosa. Perdi lo smalto.

Ma c’è un’altra cosa che spesso dimentichiamo: non sono soltanto i professori a prendersi il palcoscenico. Molto spesso siamo noi a consegnarglielo.

È il pubblico stesso che finisce per premiare sempre i soliti rompiballe, quelli che hanno una risposta per tutto, quelli che spiegano come si fa, quelli che mettono il timbro della serietà su qualsiasi cosa.

E così, quasi senza accorgercene, mettiamo in un angolo proprio quelli che ci fanno ridere, divertire, pensare.

Quelli più originali. Quelli che magari non rispettano perfettamente il manuale, ma hanno un’idea in più. Quelli che hanno talento vero, estro, fantasia e soprattutto il coraggio di essere diversi.

Perché il pubblico, a volte, sembra avere paura dell’originalità. Preferisce ciò che conosce, ciò che è già stato approvato, ciò che arriva con il certificato di qualcun altro.

E allora il “professore” vince. Non necessariamente perché è più bravo.

Semplicemente perché rassicura. E quello che fa ridere, sorprende, improvvisa e magari è anche molto più bravo finisce in fondo alla fila.

Poi ci lamentiamo che tutto è uguale. Che i film sono tutti uguali, le canzoni si assomigliano, i programmi televisivi si copiano, gli scrittori perdono il loro stile.

Ma forse dovremmo guardarci allo specchio. Perché se continuiamo a premiare sempre gli stessi, poi non possiamo lamentarci quando non nasce più niente di nuovo.

Poi ci sono le battute e le scene da ripetere. Tanto gli accordi non si notano.

La gente ormai deve soprattutto fare una foto, un selfie e poter dire: “Io c’ero”.

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