Per quelli della nostra generazione, la maggiore età era finalmente lì, ad un passo. Sono trascorsi trentuno anni, è passata una vita, ma il ciclismo già allora ci teneva incollati alla tivù per ore. Le adunate pomeridiane in piazzetta con gli amici, insomma, potevano attendere. Stregati, così come eravamo, dall’esaltazione quasi religiosa della fatica che si chiama, appunto, ciclismo, quando l’asfalto e tutto ciò che gli sta intorno si tingono di giallo. Il colore del Tour de France, quello della gloria. Dei rigogliosi platani a bordo strada e delle partite di pétanque, parafrasando il maestro Gianni Mura.
Metà anni Novanta, l’ora di pranzo è passata da poco e l’afa è una fastidiosa compagna. In telecronaca, un uomo tutto d’un pezzo, ciclismo e competenza come il compianto Adriano De Zan, non riesce a trattenere le lacrime. Sembra ieri, invece è un maledetto pomeriggio di tre decadi più una fa. Il 18 luglio, il caldo, appunto, è micidiale un po’ ovunque ma, se hai la necessità di tagliare in due i Midi-Pirenei in sella ad una bicicletta, la sensazione di calore sulla pelle rasenta l’insopportabile.
Ecosistema meraviglioso, proprio perché a tratti inospitale. Come se volesse ricordare all’uomo che a comandare è sempre la natura, benché quest’ultimo si affanni per imporsi. Il nastro d’asfalto da queste parti è una linea collosa senza soluzione di continuità: sale e scende e, per i corridori, ciò sta a significare che le ore di passione saranno tante, troppe per alcuni di loro. Niente di nuovo: non c’è Tour de France senza la tappa pirenaica e non c’è tappa pirenaica senza il sole che brucia la pelle e la polvere che sale nel respiro.
L’orografia, sinusoidale per genesi, detta un percorso che consta di una successione di scollinamenti il cui nome è pura familiarità. Insomma, la carovana gialla qui vi passa spesso, contribuendo a fare di questo spaccato di mondo un mito e viceversa. Sembra impossibile, ma ci sono ciclisti che vivono nella spasmodica attesa di giornate di passione come questa. Tipi strani, i ciclisti: gente di cuore e fatica, sublimatori seriali della sofferenza quale lasciapassare per il mito.
Uno di questi eroi pelle, ossa e coraggio è pure transalpino, quindi corre sulle strade di casa, e i connazionali lo venerano. Richard Virenque è, insieme, due cose: scalatore di razza e sognatore. In salita fila come un treno e, nonostante Indurain sia un essere mitologico e pure invincibile, spera sempre di arrivare un giorno a Parigi prima di lui. Infatti è già in fuga: nemmeno il tempo di partire e la sua sagoma fa da battistrada.
L’altro, transalpino non è ma i cugini, che notoriamente ci detestano per quella forma esagerata di campanilismo che li pervade, per Claudio Chiappucci, detto il Diablo, provano un amore incondizionato. Perché ha una garra charrúa che sposta le montagne e, forse anche più di Virenque, incarna il prototipo del cavaliere errante. Quello che le reiterate sconfitte fortificano e che alla sfortuna, che indossa come una seconda epidermide, risponde sempre con la caparbietà che commuove. Manco a dirlo, anche Claudió, con l’accento finale come piace ai francesi, di buonissima ora è già in fermento.
La tappa, insomma, è affare loro. La prima salita da affrontare è il Portet d’Aspet. Inutile dirlo, un nome noto. La vetta non è troppo alta, poco più di mille metri sul livello del mare, ma la discesa è quella che i tecnici definiscono – ci si scusi per il gioco di parole – “tecnica”.
En passant, Richard e Claudio sono anche due discesisti formidabili e questa dimestichezza con la velocità e le traiettorie arzigogolate li avvicina ancor di più al tifo del popolo del ciclismo.
In discesa, però, è tutta una questione di istanti. E pure un po’ di fortuna. Disegnare curve lungo una picchiata a cento all’ora, governando ruote spesse un centimetro, è infatti uno schiaffo agli assiomi della fisica classica oltre che una prerogativa dei ciclisti professionisti. Che hanno bene in mente un concetto: qualcosa può sempre andare storto. In più, se il casco ben allacciato in testa è oggi una benedetta consuetudine, all’epoca era ancora sostituito dal classico cappellino con la visiera ridotta, retaggio culturale del ciclismo pionieristico degli albori.
Portet d’Aspet, quindi. A fare le traiettorie in testa al gruppo è un carneade, tale Rezze, che prende lunga una frenata e, senza il tempo di rendersi conto di quanto stia accadendo, si ritrova giù nella scarpata con il femore in frantumi. Dietro di lui, tratti in inganno dal suo errore di valutazione, tre califfi del pedale come il nostro Perini, Museeuw e Breukink – il Lupo del Gavia, per chi se lo ricorda – finiscono a terra ma senza particolari conseguenze. Va decisamente peggio a Baldinger, al quale il capitombolo costa la frattura del bacino.
Ad essere coinvolto, però, è anche Fabio Casartelli. Venticinque anni, campione olimpico in carica e speranza italiana in rampa di lancio. La caduta non è di quelle teoricamente più impressionanti ma, a renderla la peggiore possibile, è la presenza di una pietra segnavia che delimita, come di consueto, la carreggiata nelle strade di montagna. Fabio impatta brutalmente con il capo. Richard e Claudio, intanto, proseguono pancia a terra nel loro proposito bellicoso perché, ancora, non sanno nulla di ciò che di terribile sta accadendo alle loro spalle. Anche se l’espressione del dottor Porte, l’angelo custode dei corridori, è foriera di presagi nefasti.
Fabio, in fretta e furia, viene caricato sull’elisoccorso ma, già in volo, il suo cuore per ben tre volte smette di battere e per altrettante viene riportato alla vita dai sanitari che lo scortano come angeli. La corsa, malauguratamente ma solo col senno di poi, prosegue mentre Fabio, giunto in ospedale con la speranza appesa a un filo, chiuderà per sempre gli occhi da lì a poco.
È la voce rotta dall’emozione di De Zan ad annunciarlo agli aficionados che stanno seguendo la tappa, in un momento che passa dalla gioia al dolore. Il più iconico narratore di ciclismo della nostra storia televisiva che, con riconosciuta sensibilità, si scusa per non aver saputo trattenere le lacrime nel momento in cui, per la verità, piangiamo un po’ tutti. Voce indimenticabile, la sua, di un pomeriggio destinato all’epica ciclistica che ha finito per rivelarsi una delle pagine più tristi delle nostre vite spese scalciando il più forte possibile sulle pedivelle.
Fabio aveva festeggiato solo da poco la nascita del primo figlio, Marco, che, al pari di Annalisa, la moglie, non lo rivedrà più tornare a casa.
Passare oggi, trentuno anni più tardi, dal luogo dell’incidente significa imbattersi in una stele eretta a memoria dello sfortunato ragazzo di Albese e in una moltitudine di fiori adagiati da una successione inesausta di routard che, da quel giorno, non hanno mai smesso di far sentire a Fabio – ovunque egli sia – tutto l’affetto che c’è.
Sebbene il ciclismo, con tutti i suoi attori, non sempre abbia dato di sé la versione più edificante e talvolta ci siamo financo sentiti traditi, custodisce gelosamente una regola non scritta che significa appartenenza e mentalità. Il ciclismo non dimentica mai chi si è speso anima e corpo per renderlo una disciplina meravigliosa.
Mi raccomando, Fabio. Continua a pedalare: pancia a terra, cuore in gola, gambe che bruciano e sempre a blocco, come piace a noi. Perché, se smetti tu, smettiamo anche noi











