La sindrome di Fonzie in questi sad days

"Sono passati tanti anni, ma quei giorni felici mi mettono sempre buon umore in questi giorni sporchi e tristi. Dove ognuno recita male il suo ruolo e non dà spazio a nessuno".

Incubo ’80 a cura di Max Moletti

Sono tre. Sempre gli stessi tre. Sempre allo stesso bar, al tavolino in fondo. Cinquantenni, pancia, birra media, il wifi del bar che non prende...

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Sono passati più di 40 anni da quando guardavo Happy Days tutte le sere, mentre cenavo in famiglia.

I protagonisti erano normali, comuni. Tutti noi ci potevamo immedesimare.
Eravamo felici con poco. Mhhh, mica troppo. Ma quel momento era tutto nostro. La TV come un grande camino catodico, luogo di riunione e di litigio.

Forse a quell’ora andava l’Ispettore Derrick, che piaceva a mio padre, oppure “Parola Mia”. Era lo scontro RAI contro Mediaset, pardon, Fininvest. Fininvest era la modernità, la RAI era il vecchio.

Le vicende di Happy Days erano storie classiche di adolescenti: amore, studio, bullismo, droga, dipendenze e rapporti familiari.

Il padre, Howard Cunningham, interpretato magistralmente da Tom Bosley, era un padre bonario ma fermo. Giusto, severo, ma non amico. Poi c’era Richie e i suoi amici, la giovane sorella Joanie… ma il perno era lui. Fonzie.

In origine era un personaggio secondario, un bulletto. Un cameo, una comparsa, che poi diventa il re incontrastato. Una versione un po’ birichina del sogno americano.
Non è nessuno e non ha nessuno, e finisce per avere tutti e una famiglia intera.
Un Don Giovanni dal cuore tenero e dai principi morali: sì, vado con tutte ma le rispetto e non mi vanto.

Non era neppure tanto bello, ma piaceva. Non era ricco e non aveva neppure l’auto. Solo la moto. Dava dei cartoni al juke-box perché non aveva neppure la moneta per farlo partire. Però piaceva. Generazioni di giovani sono cresciute con il suo mito ironico e pure simpatico. Una rarità per un figo.

Oggi cosa è rimasto? Forse da Happy siamo passati a Sad…

Oggi un Fonzie si vanterebbe sui social.
Avrebbe un profilo su piattaforme per adulti e una playlist Spotify senza bisogno di tirare cartoni. Forse avrebbe l’ufficio in smart working e non nel cesso di un bar…
O farebbe pagare il biglietto per una foto. Vedo dura che girerebbe ancora col monopattino o la bici elettrica.

A rivedere le vecchie puntate di Happy Days capisco molto. Ma soprattutto 4 cose:

1. La fortuna mia di aver vissuto quel periodo. 2. Che i problemi e i desideri sono più o meno sempre gli stessi. 3. Che forse prima i ruoli erano più chiari. 4. E che con poco, a quell’età, eri Happy. O quasi. O quanto meno ci provavi.

Ma soprattutto Fonzie, che ormai per i giovani è solo un tipo di patatina, per noi era un cavaliere col giubbotto di pelle nera e la moto.

Il mito: da nulla e da marginale si era preso lo spazio principale.

Sono passati tanti anni, ma quei giorni felici mi mettono sempre buon umore in questi giorni sporchi e tristi. Dove ognuno recita male il suo ruolo e non dà spazio a nessuno.

Massimo Moletti

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