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Perché gli irlandesi detestano tanto gli inglesi. Di Luciana Benotto

La narrazione in pillole del passato di quest'isola e del rapporto da sempre burrascoso con la terra d'Albione. La lotta tra Cattolici e Anglicani

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“L’Irlanda è così pulita perché il buon Dio la lava ogni giorno” canta una vecchia filastrocca, e direi che anche il vento fa la sua parte affinché l’aria sia sempre frizzante anche quando esce il sole. L’Irlanda è un’isola ricca di corsi d’acqua e laghi, di verdissime praterie e di acquitrinose torbiere.

Sembra quindi un luogo molto suggestivo, un piccolo paradiso dove la natura selvaggia nelle costa frastagliata sudoccidentale e più morbida nel resto dell’isola, abbia sempre garantito felicità ai suoi abitanti; ma in realtà non è stato così, perché la sua storia travagliata racconta il contrario.

Vediamo quindi di narrare pillole del suo passato. Tra il IV e il II sec. a.C. vi si stanziarono i Celti, che diffusero il gaelico, ancora oggi lingua ufficiale del paese, insieme all’inglese; poi nel V sec. d.C. venne cristianizzata da San Patrizio e sorsero tanti monasteri e questa cultura monastica si diffuse in Europa divenendo una delle più originali del medioevo.

I guai cominciarono invece nel XII secolo, quando gli inglesi, malgrado la tenace e ostinata resistenza degli isolani, non riuscirono a fermare le mire di re Enrico II Plantageneto il quale, sbarcando con un grosso esercito, pose sotto il suo dominio buona parte dell’isola imponendole il sistema feudale e legislativo inglese, e tanto era la volontà di cancellare anche la cultura degli irlandesi, che addirittura proibì ai signorotti inglesi di tenere per diletto presso le loro corti, poeti e arpisti irlandesi.

Ma il peggio sarebbe arrivato nel Cinquecento con Enrico VIII, il re che sposò sei mogli, due delle quali furono decapitate con l’accusa di adulterio e tradimento. Il sovrano soppresse la religione cattolica e obbligò l’adozione di quella anglicana da egli stesso creata quando papa Paolo III non volle concedergli l’annullamento del primo matrimonio con l’infanta spagnola Caterina d’Aragona, per sposare l’amante Anna Bolena, incinta di quella che sarebbe poi diventata la regina Elisabetta I. L’anglicanesimo fu obbligatorio non solo in Inghilterra, ma anche in Irlanda. Davanti alla dissoluzione dei monasteri, anche se non capillare, l’attaccamento al culto cattolico divenne quindi il simbolo della difesa dell’identità nazionale irlandese.

Poi, nel Seicento, il colonnello puritano Oliver Cromwell prese il potere sconfiggendo Carlo I Stuart che finì al patibolo, e diede vita alla Repubblica trasformandosi infine in dittatore. Egli assicurò la libertà religiosa per tutte le fedi, tranne ai cattolici, i quali videro sistematicamente distrutto dalle sue feroci truppe, ogni luogo di culto e assassinati gli esponenti del clero: ecco perché oggi chi visita l’Irlanda trova solo brandelli di chiese, o edifici senza tetto.

Insomma, il dominio inglese comportò per gli isolani, l’occultamento delle pratiche religiose cattoliche, tanto che i fedeli furono costretti a celebrare messa segretamente e di solito in luoghi isolati, usando per altare delle rocce piane. Ma Cromwell non si limitò alla ferocia religiosa, a ciò aggiunse gli espropri delle terre, che furono regalate a coloni inglesi e scozzesi di religione protestante; insomma, gli irlandesi furono privati delle loro ricchezze e costretti a vivere un’esistenza insopportabile sotto il giogo britannico.

Le persecuzioni proseguirono anche nell’arco del Settecento e dell’Ottocento portando gli irlandesi a ribellarsi all’oppressore allo scopo di ottenere l’indipendenza, ma purtroppo tutte le rivolte ebbero scarso esito. La loro vita era davvero travagliata e misera e se a questo aggiungiamo quella disgrazia naturale che fu la -malattia della patata- (alimento basilare della povera gente), verificatesi negli anni tra il 1845 e il 1848, e che portò una spaventosa carestia, la tragedia è completa. La carestia, infatti, comportò la morte per fame di 1.000.000 di persone e altrettante, per evitare questa fine, emigrarono verso gli Stati Uniti, il Canada, l’America del Sud e l’Australia, alla ricerca di una vita migliore.

Poi, nel 1905, il giornalista Arthur Griffith fondò il Sinn Féin un movimento che aveva lo scopo di creare un Parlamento irlandese autonomo, e su questa spinta tre anni dopo la Camera dei Comuni inglese approvò l’Home Rule Bill, ovvero un progetto di legge per l’autogoverno, che però non entrava mai effettivamente in vigore, tanto che nel 1916 a Dublino scoppiò una rivolta, una vera e propria battaglia che infuriò per ben sei giorni e fu soffocata nel sangue dall’esercito britannico; insomma, tale fu la repressione che due anni dopo il Sinn Féin, trasformatosi in partito, ottenne la maggioranza alle elezioni.

Ma bisognerà attendere il 1937 per avere una propria Costituzione e il 1949 per la piena indipendenza entrata in vigore col Republic of Ireland Act con capitale Dublino e l’uscita di questa giovane repubblica dal Commonwealth.

E se la cosa riuscì a buona parte degli abitanti dell’isola, gli irlandesi del nord ancora non ce l’hanno fatta, nonostante i tentativi dell’Ira degli scorsi decenni, per unificare tutta l’isola.

Per chi fosse interessato a conoscere questi fatti e approfondire queste vicende in una carrellata che accompagna i visitatori, si può recare a The Irish Emigration Museum, un museo interattivo, sito in un ex magazzino di tabacco e liquori che si affaccia sul fiume Liffey, dove a poca distanza si trova ormeggiato il veliero che tra il 1847 e il ’55, effettuò sedici volte la traversata atlantica verso l’America settentrionale, carico di poveri emigranti.

Nel museo è raccontata la storia delle ingiustizie e dei soprusi subiti dagli irlandesi attraverso i secoli e sono altresì raccontate le vicende di 300 personaggi di origine irlandese: artisti, politici, scienziati…. e inoltre, la visita fa scoprire quanto la cultura di questo popolo abbia trovato spazio in tutto il mondo.

Luciana Benotto

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