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Ciao Senatùr, eri uno di noi

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C’è stato un tempo in cui un ragazzo del Nord non aveva riferimenti. Eravamo gli “indigeni” di una terra considerata solo per il suo PIL, destinati al dimenticatoio o, peggio, alla vergogna delle nostre radici. Per i “benpensanti” eravamo semplicemente i ricchi, quelli che non prendevano il treno o la 90 a Milano, ignorando che dietro quel benessere c’era un malcontento profondo che nessuno voleva ascoltare.

La solitudine dei dialetti
Il nostro dialetto era sbeffeggiato, un fardello di cui vergognarsi davanti a una cultura ufficiale che parlava solo “italiano e basta”. La Rai non ci apparteneva, il cinema era un monopolio romano, e le istituzioni – dalla scuola all’università – sembravano orientate a un pensiero unico che ci escludeva. Eravamo un motore senza anima, o meglio, con un’anima colonizzata.

Poi, nel 1987, arrivò lui: il Senatùr.

La scossa del 1987: quando il ventre molle divenne carne
L’arrivo di Umberto Bossi non portò solo uomini in Parlamento; portò le nostre passioni sull’altare della politica nazionale. Mentre il “professore arrogante” lo liquidava come un ignorante che “non sapeva nulla”, lui vedeva e capiva tutto. Bossi ha inciso il ventre molle di un Paese anestetizzato, con la precisione di chi sa che un maiale deve essere lavorato per diventare cibo, per diventare vita e sostentamento.

È stata la nostra storia a essere finalmente riconosciuta. Ricordo Radio Padania: lavorarci significava esporsi a pregiudizi e nemici, ma era il raggiungimento di uno scopo. Eravamo finalmente rappresentati da un uomo che aveva riportato il Nord al centro del dibattito, rompendo il silenzio di chi doveva solo tacere e accogliere.

Il seme sotto la neve
Sono passati molti anni e la malattia ha tolto a Bossi la sua arma più affilata: quella velocità della risposta, quel linguaggio pungente e immediato che fulminava l’avversario. Chi c’era alla Sala Borsa di Novara nel 1999 non può dimenticare il trionfo, l’attesa per stringergli la mano, quel sigaro perennemente acceso che lo rendeva un “Tenente Colombo” delle nostre terre.

Si può criticare l’uomo, si possono discutere gli affari (perché, si sa, nessun politico regala caramelle), ma non si può negare il cuore impavido. Oggi, forse, le origini sono state sepolte dalle logiche del potere assoluto e molte battaglie della prima ora sembrano perdute.

Un ritorno alle radici
Eppure, il seme è ancora lì. La vera svolta per la Lega non può che essere un ritorno alle radici: trasmettere ai “nuovi padani” l’orgoglio di un Nord che vuole essere motore, ma anche anima vibrante.

Ciao Senatùr. A noi resta l’orgoglio di aver combattuto sul campo. Magari ne usciamo sconfitti, ma certamente non pavidi.

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