HomeCulturaPillole di storia: Sciiti e Sunniti la differenza

Pillole di storia: Sciiti e Sunniti la differenza

Quando ci sono venti di guerra tutti i contrasti, le intolleranze, le acredini, le offese e i torti vengono a galla come pesci nell’acqua avvelenata. E il riferimento non è unicamente alla guerra scatenata da Trump e da Netanyahu contro i fondamentalisti di Hezbollah e la tremenda dittatura teocratica sciita degli ayatollah in Iran, ma altresì quello che vede gli iraniani sparare missili e inviare droni per colpire gli stati musulmani che si affacciano sul Golfo Persico.

Certo la causa attuale è che Arabia Saudita, Emirati Arabi, Kuwait, Qatar, Bahrain, Giordania ed Egitto sono amici degli aggressori e che ospitano basi militari USA; ma l’odio tra le parti è di vecchia data, tanto che è necessario andare indietro di secoli per rintracciare l’origine di questa separazione lacerante.

La spaccatura affonda le sue radici nei giorni che seguirono la dipartita del profeta Maometto (appartenente alla famiglia degli Hashemiti) che avvenne l’8 giugno 632 d.C. secondo il nostro calendario, mentre secondo quello islamico l’anno era il 570. Cosa successe? Successe che morì senza nominare un successore, e così alcuni suoi amici e seguaci decisero che solo chi era competente poteva succedergli e la scelta cadde sui califfi (per la cronaca, oggi l’erede diretto è il re di Giordania Abd Allah II); ma non tutti furono d’accordo, tantomeno Alì, suo cugino, nonché genero, visto che aveva sposato una delle figlie del profeta.

Egli rivendicò per sé la successione usando il criterio della parentela e della discendenza; pertanto, fu inevitabile lo scontro tra le due fazioni. Vinse quella degli Hashemiti, e Alì fu tolto di mezzo con una spada avvelenata che lo colpì alla testa un mattino mentre si recava alla moschea per la preghiera. Fatto sta che per qualche secolo la lotta si assopì, sino a quando i discendenti dei seguaci di Alì rialzarono la testa dando vita alla comunità degli sciiti, cui naturalmente si contrappose l’altra, quella sunnita del profeta, che seguiva la tradizione, ovvero la Sunna.

Gli sciiti, concentrati oggidì soprattutto in Iran, Iraq e Libano del sud, hanno una gerarchia clericale centralizzata che si affida agli ayatollah, mentre i sunniti, che rappresentano l’85-90% dei fedeli, si affidano agli ulama, vale a dire i dotti.

Per dare un’altra pillola storica a chi legge, è giusto anche spendere due parole sui famigerati kamikàze, che ogni tanto provocano stragi nei luoghi affollati per fare più vittime possibili. Questa trista tradizione risale al X secolo ed è legata ad una setta sciita fondata in Persia dal cosiddetto Vecchio della montagna il quale, portando i suoi adepti in uno stato di trance grazie all’hashish (da qui il nome assassino), li incaricava di uccidere visir e califfi sacrificando la loro vita. Le vittime furono così tante che nel XIII secolo la setta fu dispersa con la forza.

Per tornare ai fatti di oggi che dire? Che a noi cittadini occidentali, dopo 47 anni di tirannia in Iran, la morte di Khamenei, la nomina del figlio Mojtaba a nuova Guida Suprema, e il desiderio di Reza Ciro Pahlavi, figlio dell’ultimo scià di guidare la transizione democratica del paese, non resta che seguire le vicende sperando in una risoluzione veloce della guerra, sia per le persone che stanno soffrendo, sia per le vittime che per noi medesimi, che ne subiremo le conseguenze, si spera solo con un rialzo dei prezzi dei prodotti petroliferi e non con l’allargamento del conflitto, visto quanto accaduto a Cipro, prima che finiamo tutti inghiottiti in un’immane voragine, pericolo a cui cerca di mettere freno papa Leone XIV tutte le domeniche all’Angelus.

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A cura di Luciana Benotto

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