Gli smartphone tra limiti e libertà, un dibattito al Meeting di Rimini

Una riflessione sui potenziali danni

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I danni prodotti dall’uso precoce e
incontrollato degli strumenti digitali sono ormai al centro della
ricerca scientifica, dell’iniziativa legislativa e delle
preoccupazioni delle famiglie.

Ma il limite non è necessariamente
il contrario della libertà: può offrire a bambini, adolescenti e
genitori la possibilità di scegliere quando e come entrare negli
ambienti digitali, senza subire da soli la pressione sociale e
commer-ciale delle piattaforme. È la prospettiva emersa
dall’incontro ‘Smartphone: limitare per liberare?’, tenutosi al Meeting di Rimini e trasmesso in
differita sui canali digitali di IlSussidiario Tv.

Sono
intervenuti Antonio Affinita, direttore generale del MOIGE;
Stefania Garassini, docente di Content Management e Digital
Journalism all’Università Cattolica del Sacro Cuore, membro del
consiglio di amministrazione della Fondazione Patti Digitali e
autrice del volume Smartphone; Giada Ragone, professoressa di
Diritto costituzionale e pubblico all’Università degli Studi di
Milano. Ha introdotto Lorenza Violini, professoressa di Diritto
costituzionale nella stessa università.

Il dialogo ha richiamato
le responsabilità di adulti, scuole, legislatore e piattaforme
nella tutela dei minori. La conclusione condivisa è che nessuna
misura isolata è sufficiente: servono limiti praticabili,
gradualità, formazione e alleanze che impediscano alle famiglie di
affrontare da sole una trasformazione tanto rapida.
Stefania Garassini ha aperto il confronto richiamando il processo
in corso a Oakland contro Meta, accusata di aver continuato a
proporre i propri prodotti pur conoscendone rischi e danni. Uno di
loro ha dichiarato di essere stato ‘la cavia inconsapevole di un
enorme esperimento sociale’ nel quale l’infanzia era stata ridotta
a tempo di visione venduto agli inserzionisti: ‘Per questa azienda
noi non eravamo bambini, eravamo dati’. Per Garassini questa
testimonianza mostra perché contrapporre divieto e libertà rischia
di essere fuorviante. Un adolescente oggi non è realmente libero
di non essere sui social: la vita dei coetanei si svolge anche lì
e l’assenza alimenta la paura di essere escluso. Eppure quei mondi
sono vissuti come difficili. In un sondaggio del New York Times,
il 47 per cento dei teenager si è detto favorevole alla chiusura
di TikTok. Il limite d’età può quindi consentire di uscire insieme
dalla pressione, non perché ogni social sia cattivo, ma per
decidere quando e come utilizzarlo. Like, visualizzazioni e
follower collegano il giudizio sociale all’autostima e la gestione
del tempo può scivolare nella dipendenza. ‘C’è bisogno di un
limite proprio per riscoprire la libertà’, ha sintetizzato
Garassini, indicando nella gradualità il criterio per avvicinarsi
allo smartphone quando si possiedono strumenti più maturi di
consapevolezza e scelta.

Le ricerche raccolte dalla Società Italiana di Pediatria
confermano, secondo Garassini, diversi effetti nega-tivi
dell’esposizione precoce agli schermi. Sul linguaggio, guardare
uno schermo al posto di un adulto che parla riduce le occasioni di
imparare parole nuove: il bambino apprende dalla persona che si
rivolge a lui. Sul piano dell’attenzione, uno smartphone saturo di
stimoli arriva in un cervello che sta ancora imparando a
con-centrarsi e può compromettere la capacità di mantenere
un’attenzione continuativa. Sono documentati anche l’impatto sul
sonno e l’aumento della miopia. Un ulteriore rischio riguarda la
regolazione emotiva. Usare il telefono per calmare un bambino è
efficace nell’immediato, ma gli impedisce di elaborare noia e
frustrazione e di sviluppare strategie personali per affrontarle.
“Non usare mai lo smartphone come ciuccio”, è la racco-mandazione
richiamata dai pediatri. Consegnare presto un dispositivo connesso
significa inoltre introdurre il minore in uno spazio pensato da
adulti e per adulti, accelerando la corrosione dell’infanzia e
inducendo bisogni commerciali estranei alla sua età.

Garassini ha
citato le “Sephora kids”, bambine che chiedono prodotti di
skincare anziché giochi, e la perdita dello stupore osservata da
un’insegnante quando i bambini conoscono già attraverso le
immagini online ciò che i compagni hanno fatto nel fine settimana.
Il rischio è creare risposte a domande non ancora nate,
comprimendo un tempo nel quale problemi e scoperte dovrebbero
avere ancora forme proprie dell’infanzia.
La difficoltà educativa emerge con chiarezza dalla distanza tra
ciò che i genitori ritengono giusto e ciò che riescono
concretamente a fare. Una ricerca svolta su circa seimila genitori
di scuole primarie e secondarie milanesi ha mostrato che la
maggioranza considera ideale consegnare lo smartphone dopo i
tredici o quattordici anni, mentre nella realtà il dispositivo
arriva prevalentemente a undici anni. La Fondazione Patti Digitali
nasce per superare questa solitudine: gruppi di genitori di una
classe, di una scuola o di un territorio concordano regole e
un’età condivisa, indicata nei tredici anni anche dalle
raccomandazioni pediatriche. ‘Le regole non sono in opposizione
all’educazione’, ha affermato Garassini: offrono un quadro nel
quale recuperare la libertà di educare.

Il “no” allo smartphone
precoce deve però aprire molti “sì”: esperienze alternative,
utilizzo condi-viso della tecnologia, dispositivi più facilmente
controllabili come computer e console, momenti di preparazione
all’autonomia. Il patto non è una petizione, ma l’inizio di un
impegno comune che può estendersi dalla famiglia alla scuola e al
territorio. Garassini ha invitato anche a valorizzare ciò che di
positivo esiste nel digi-tale, accompagnando con curiosità le
passioni dei figli. La frase di don Bosco — ‘Vorrei che gli
educatori amassero ciò che piace ai ragazzi, affinché i ragazzi
amino ciò che piace agli educatori’ — indica un rapporto nel quale
protezione e condivisione rendono possibile il discernimento.
Giada Ragone ha descritto un quadro normativo in rapido movimento.
Dopo l’Australia, che nel 2024 ha introdotto una soglia minima di
sedici anni per l’accesso ad alcune piattaforme, Francia, Regno
Unito, Dani-marca, Grecia e Italia hanno avviato discussioni
legislative; nello stesso tempo diverse corti hanno sanzionato
piattaforme considerate incuranti degli effetti sui minori. La
regolazione deve però conciliare beni differenti: sicurezza e
salute, autodeterminazione e libertà di espressione, privacy,
responsabilità dei genitori e obblighi delle aziende.

Anche la
verifica dell’età deve essere efficace senza trasformarsi in
identificazione e sorve-glianza generalizzate. Il disegno di legge
1136 prevede verifica dell’età, intervento dei genitori sotto i
quindici anni, sanzioni e tutele per baby influencer e gamer.
Ragone ha richiamato la decisione del Conseil Constitu-tionnel
francese del 14 agosto, che ha giudicato sproporzionato un divieto
generalizzato sotto i quindici anni, privo di distinzioni per
piattaforma, rischio, maturità e intervento familiare. Resta
inoltre il paradosso della privacy: per proteggere i minori si
rischia di raccogliere documenti, fotografie e ulteriori dati
sensibili anche degli adulti. ‘Non si può cedere all’illusione che
la sola legge sia risolutiva’, ha osservato. Se per crescere un
bambino serve un villaggio, prepararlo ad abitare lo spazio
digitale richiede ancora di più un’alleanza tra po-litica,
famiglie e istituzioni educative.

Antonio Affinita ha raccontato le segnalazioni ricevute dal MOIGE:
dipendenze dalle quali i ragazzi non riescono a liberarsi,
sofferenze familiari e casi drammatici. La morte di una dodicenne
perseguitata online ha spinto l’associazione a cambiare strategia
e a promuovere, insieme ad altre realtà familiari, la prima class
action inibitoria europea contro Meta e TikTok. La decisione del
tribunale di Milano è attesa il 19 novembre. L’azione si concentra
su tre richieste. La prima è impedire alle piattaforme di
trattenere utenti al di sotto dell’età minima prevista: Affinita
ha indicato in tre milioni e mezzo i bambini italiani sotto i
quattordici anni presenti sui social. La seconda è eliminare gli
algoritmi predatori, progettati attraverso tecniche persuasive per
creare attaccamento e dipendenza dopaminergica, sfruttando un
cervello ancora in crescita. La terza è introdurre av-visi chiari
sul rischio di dipendenza.

Il legislatore deve fissare responsabilità e limiti proporzionati,
le piattaforme devono verificare i rischi e modificare tecnologie
che alimentano dipendenza, scuole e territori devono sostenere gli
adulti. Ma nessuna legge può sostituire il rapporto educativo.
Ragone ha ricordato che i futuri cittadini abitano già lo spazio
digi-tale, nel quale opportunità di partecipazione convivono con
polarizzazione, tribalizzazione e gruppi omologati dai like.
Occorre quindi insegnare a riconoscere manipolazioni, difendere la
propria dignità e rispettare chi pensa diversamente. Violini ha
richiamato esperienze territoriali nelle quali esercizi
commerciali lungo il per-corso casa-scuola consentono ai ragazzi
di telefonare in caso di necessità, riducendo l’argomento della
sicu-rezza spesso usato per anticipare lo smartphone. Non è una
battaglia contro il digitale, ma contro la rinuncia a educare.

Genitori, insegnanti, istituzioni e associazioni possono costruire
un ambiente nel quale la tecnologia torni a essere uno strumento
scelto e non una presenza obbligata, restituendo ai minori tempo,
relazioni e possibilità di crescere.

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