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Dall'archivio:

Ange Capuozzo, l’abatino scugnizzo che ha uccellato il Galles ed esaltato Italrugby- di Teo Parini

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Per troppo tempo l’establishment del rugby italiano a uno come Ange Capuozzo il Sei Nazioni lo avrebbe fatto vedere dalla televisione. Troppo esile per certi livelli, dimenticandosi che quello della palla ovale è sport di muscoli e vigore atletico ma anche di fosforo, scaltrezza e fantasia. È la sindrome dell’abatino, dunque la subordinazione dell’estro alla ragione di stato. Una riveriana memoria che è trasversale al mondo dello sport.

Ma c’è chi dice no.

Per fortuna o disperazione, infatti, succede che nell’ennesimo pomeriggio disgraziato, il nostro capo allenatore Kieran Crowley getta nella mischia un ventiduenne di una settantina di chili che in mezz’ora di gioco lo ripaga con due mete a referto. Vince la Scozia ma la pillola è un po’ meno amara.

Passa una settimana, lasciata Roma è la volta della trasferta a Cardiff, Galles, ultima tappa del Sei Nazioni 2022 che, salvo sorprese, significa cinque sconfitte. Una terribile consuetudine lunga sette anni con lo spettro di trovarci presto esclusi dall’elitaria competizione europea per acclarati demeriti qualitativi. I dragoni non offrono la loro migliore versione ma competenza, profondità di rosa e mestiere sembrano essere sufficienti per condurre in porto un match di quelli che gli addetti ai lavori definirebbero per l’Italia una sconfitta onorevole che nel rugby vale comunque un mezzo sorriso.

Capuozzo, mezzo napoletano e mezzo francese, quindi intriso di fantasia partenopea e rugby champagne tutto transalpino, è però di diverso avviso. Manca un minuto al termine, gli azzurri sono sotto break e un pedatone gallese ci rimanda a giocare nella nostra metà campo. Tanto che l’opzione di giochicchiare qualche secondo, gettare la palla fuori e farla finita è più che una buona idea, sempre per l’onorevole motivo di cui sopra.

Padovani raccoglie il pallone in discesa dal cielo e scarica su Capuozzo. Il talento per definizione è la capacità di rendere facili situazioni complesse e in tal senso, attorniato da quintali di uomini ringhianti, comincia a mulinare le gambe alla velocità della luce. Quello che ne viene fuori è uno slalom, metà Tomba e metà Maradona. Eluso un pilone, quando con una finta manda al manicomio l’ultimo baluardo gallese, i romantici, pazienti e incondizionati tifosi azzurri rivedono la luce di uno sport che come nessun altro è paradigma di vita.

L’assist al sostegno di Padovani è il motivo per cui nemmeno trentasei sconfitte in fila hanno distrutto la nostra passione. Meta in mezzo ai pali, tempo scaduto. Anzi no, Garbisi ha sul piede l’ultima palla, quella della trasformazione che significa sorpasso. Un calcio che va dove deve andare, poi piangono tutti.

Il resto è storia.

Ma a rendere il pomeriggio ancora più speciale ci pensa Josh Adams, la formidabile ala gallese. Il titolo di ‘Man of the match’ è suo, riconoscimento per il migliore in campo che usualmente viene deciso a pochi scampoli dalla fine. Sarebbe anche meritato per quanto ammirato fino al minuto settantanove ma il rugby fa storia a sé e così Josh, in un momento di comprensibile rammarico per ciò che non è stato, cerca Capuozzo e lo trova avvolto in una bandiera tricolore. ‘Ragazzo, questo è tuo’, gli dice, riferendosi a quel premio. E’ l’onestà incastonata nelle regole non scritte di una disciplina meravigliosa alla quale assistere è sempre un privilegio.

Non abbiamo risolto tutti i problemi rugbistici, ci mancherebbe, tuttavia una vittoria lascia dietro di sé un particolare che fa tutta la differenza del mondo: l’abbiamo fatto una volta, potremo farlo di nuovo. Si chiama fiducia ed è tutto ciò di cui avevamo un dannato bisogno
 
Teo Parini

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