Stefano Belisari detto Elio, quello delle Storie Tese, è artista poliedrico. Musicista per genia e ingegnere per diletto, la sua carriera ha connotati caleidoscopici universalmente riconoscibili avendo abbracciato l’intera varietà di colori e sfumature. Musica, appunto, comicità, entertainment, televisione, teatro.
Fa molto, Elio, pur restando ancorato alla supremazia della qualità sulla quantità e ciò ha contribuito a edificare la credibilità di un personaggio pubblico del quale, a differenza di troppi altri, se ne sente assoluto bisogno.
Elio, soprattutto, è uno che “il pacco lo ha intinto dentro al secchio”. Che nella prosa del Poetastro significa sostanzialmente due cose: ha orecchio e fuori tempo non ci finisce mai. E allora chi meglio di lui per prendere la responsabilità artistica, con annessa sfacciataggine, di portare sul palcoscenico uno spettacolo che possa descrivere la grandezza esondante di un gigante dei nostri disastrati tempi come Enzo Jannacci? Forse nessuno. Sarà che incarnano entrambi la milanesità nonostante cromosomi che tradiscono origini spazialmente lontane o che, per dirla nel gergo calcistico che li appassiona, entrambi danno del tu alla musica. E si comprendono, anche se spesso solo loro.
Il risultato della fortunata congiunzione astrale è lo spettacolo teatrale intitolato non a caso ‘Ci vuole orecchio’ – come il monito del Maestro che ha speso la vita a redarguirci col ghigno di chi non si prende mai troppo sul serio, oltre che a inseguire le solite due o tre illusioni – che Elio sta portando in giro per l’hinterland meneghino. Un’oretta abbondante di un monologo comico-canoro, supportato da una band giovane ma di spessore, il cui pregio è quello di restituire con delicatezza chiassosa, perché non c’è Jannacci senza ossimori, un patrimonio culturale a rischio di estinzione.
Esilarante negli interludi e impeccabile alla voce, nella scelta a monte dei brani da rivisitare con misura e con i relativi incastri scenici, Elio, fatti gli ovvi distingui del caso, raccoglie con entusiasmo l’eredità artistica di Jannacci. Un’investitura pesante che lo consegna al ruolo che Virgilio ebbe per Dante nel viaggio tra le anime dannate. La selva oscura è il panorama musicale, la missione di Elio, pertanto, quella di sollevare l’asticella, fare dell’edutainment col sorriso stampato sul volto. Perché ridere sempre così giocondo delle follie del mondo e finché c’è gioventù (di spirito, lo aggiungiamo noi) è ciò che potrà salvarci.
In definitiva, lo spettacolo risulterà una carezza per chi ha il piacere di concentrare in un breve lasso temporale prosa di qualità, divertimento, nonsense e musica che rimbalza tra la caciara e lo struggente. La sensazione tangibile che l’esperienza lascia in dote è di pace, come le volte in cui un saltimbanco con le scarpe da tennis cattura la nostra anima.
Teo Parini

