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di Lucia Rotta
ROMA (ITALPRESS) – La fine dei 60 giorni di tregua tra Usa e Iran fa entrare la crisi “nella sua fase più pericolosa”, con una guerra “congelata, non finita” dove le armi restano pronte e la diplomazia si sposta sottotraccia. E’ l’opinione dell’Ambasciatore Ettore Sequi, già segretario generale della Farnesina, intervistato dall’agenzia Italpress.
“La crisi entra nella sua fase più pericolosa: la tregua è scaduta senza produrre un accordo e Teheran alza ulteriormente il livello dello scontro”, spiega Sequi. “La taglia sui militari americani è soprattutto un segnale politico: l’Iran vuole dimostrare che la presenza militare americana può diventare un costo diretto della guerra, per Washington e per i suoi alleati e che è in grado di trasformare la superiorità militare degli Stati Uniti in un grave problema di sicurezza per le sue forze armate”, osserva commentando l’annuncio di Teheran che ha fissato una taglia per ogni “militare americano catturato o ucciso”.
Per Sequi “siamo entrati ‘nell’ibernazione armata’: la guerra è congelata, non finita. Le armi restano pronte, la pressione continua e la diplomazia si sposta sottotraccia”. La diplomazia resta, pur nel difficile contesto, l’unica via praticabile per una soluzione. “Nel breve termine un negoziato pubblico è difficile, ma la diplomazia non è finita. Né Washington né Teheran hanno interesse a una guerra senza sbocco. Gli Stati Uniti possono colpire molto più duramente l’Iran; l’Iran può però aumentare enormemente il costo politico, militare ed economico della guerra. Si apre così un doppio registro: scontro nel Golfo e trattative indirette, soprattutto attraverso i mediatori regionali”, osserva l’Ambasciatore.
“L’obiettivo è impedire che un incidente tattico, soprattutto navale, trasformi la crisi in una guerra aperta. Mi aspetto quindi negoziati per tappe, con Hormuz al centro: sicurezza della navigazione, riapertura dello Stretto, blocco dei porti, sanzioni e poi i dossier strategici. La vera partita non è più soltanto chi può vincere la guerra. È chi riesce a imporre le condizioni della sua conclusione”, spiega ancora il diplomatico.
Commentando il recente intensificarsi degli attacchi Houthi, Sequi sottolinea che “il rischio più grave è la saldatura di due crisi marittime. Hormuz è una delle principali arterie energetiche mondiali; Bab el-Mandeb collega Oceano Indiano, Mar Rosso e Suez. La recrudescenza degli attacchi Houthi riapre così il fronte del Mar Rosso. La libertà di navigazione è diventata una posta della guerra: non occorre controllare una rotta mondiale; basta renderla insicura”.
Ed è qui che si manifesta la “democratizzazione della deterrenza”, secondo Sequi, ovvero il fatto che “anche un attore molto più debole” possa imporre costi elevati attraverso droni, missili, mine e attacchi alle infrastrutture. “La pressione simultanea su Hormuz e Bab el-Mandeb rende più difficile aggirare il blocco del Golfo e può trasformare il traffico marittimo in una guerra d’attrito fatta di rischi, assicurazioni più costose, rotte più lunghe e maggiori tempi di transito”, spiega ancora il diplomatico.
“Il sostegno iraniano agli Houthi consente così a Teheran di ampliare la pressione regionale senza dover combattere direttamente su ogni fronte”, conclude. Nella “guerra degli Stretti” si inserisce anche l’intesa tecnica tra Iran e Oman, in via di definizione, sulle rotte di navigazione.
Un’intesa che, secondo l’Ambasciatore, “indica che Teheran vuole avere un ruolo centrale nella gestione dello Stretto”, mentre Muscat può offrire un canale regionale per riaprire il traffico. “E qui emerge il problema americano: la saturazione strategica. Più Washington deve proteggere Hormuz e Bab el-Mandeb, meno può concentrare forze, mezzi e attenzione sulla Cina. La geografia del Medio Oriente diventa così parte della competizione nell’Indo-Pacifico e, quindi, della competizione globale”, osserva Sequi.
Per il momento, Washington si riserva di minacciare una reazione durissima, con il presidente Trump che suggerisce a Teheran di “alzare bandiera bianca e arrendersi”. Il segretario al Tesoro, Scott Bessent, ha annunciato nei giorni scorsi un pacchetto di sanzioni e restrizioni economiche “senza precedenti” e il segretario della Guerra Pete Hegseth ha sottolineato che le forze armate Usa hanno la capacità di bloccare “a tempo indefinito” l’accesso ai porti iraniani.
“Lo scenario delineato da Bessent e Hegseth trasformerebbe la pressione militare in una guerra di strangolamento economico, spingendo il sistema internazionale verso una frammentazione ancora più profonda“, commenta Sequi. “Per Teheran, blocco dei porti e sanzioni estreme significherebbero pressione su esportazioni, importazioni, valuta e capacità di finanziamento. Ma qui emerge un paradosso: più Washington cerca di strangolare economicamente l’Iran, più incentiva Teheran a usare Hormuz come leva di risposta. Se l’Iran non può esportare liberamente, può cercare di rendere più difficile anche l’export degli altri produttori del Golfo. Il costo può diventare globale”, prosegue il diplomatico, che ricorda come il traffico a Hormuz sia già fortemente ridotto. Un blocco prolungato potrebbe dunque produrre “uno shock energetico, alimentando inflazione, costi logistici e nuove tensioni sulle catene globali di approvvigionamento”, secondo l’Ambasciatore.
A livello internazionale, poi, secondo Sequi si aprirebbero almeno tre fronti. “Primo, lo shock energetico. Secondo, una maggiore cooperazione tra Cina, Russia e Iran per aggirare le sanzioni. Terzo, un indebolimento della sicurezza delle rotte commerciali, sempre più affidata alla capacità concreta di proteggerle sul mare, anziché soltanto alle regole che ne garantiscono la libertà”, spiega.
Il punto decisivo, però, resta quello politico. “Un blocco può essere militarmente sostenibile senza essere strategicamente conveniente. Più dura, più Washington deve impiegare potenza per mantenere la pressione e più il conflitto si propaga nell’economia mondiale. In altre parole: gli Stati Uniti possono rendere insostenibile la guerra per l’Iran; il rischio è che l’Iran renda insostenibile il costo della guerra per tutti gli altri”, conclude l’Ambasciatore Sequi.
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