Mise incinta bambina, per lui solo 5 anni di condanna. Lo sdegno delle Senatrici del Carroccio

La decisione del Tribunale di Brescia nei confronti di un Bengalese fa discutere. Annunciata una interrogazione urgente per fare chiarezza

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Una sentenza destinata a far discutere a lungo quella emessa dal Tribunale di Brescia nei confronti di un 29enne di origine bengalese, accusato di aver abusato di una bambina di dieci anni all’interno di un centro per migranti, mettendola incinta. La condanna a 5 anni e 4 mesi di reclusione ha sollevato un’ondata di sdegno che dai social è arrivata dritta ai palazzi della politica.

I contorni della vicenda

I fatti risalgono al periodo di permanenza dell’uomo nella struttura d’accoglienza, dove avrebbe approfittato della giovanissima vittima. Nonostante la gravità del reato, la pena finale risulta inferiore alle aspettative dell’opinione pubblica. Questo è dovuto principalmente a due fattori tecnici:

Il Rito Abbreviato: L’imputato ha scelto un percorso processuale che garantisce per legge lo sconto di un terzo della pena.

L’attenuante della minore gravità: I giudici avrebbero riconosciuto l’attenuante prevista dall’articolo 609-bis del codice penale, che permette di abbassare il calcolo della reclusione in base a specifiche valutazioni del caso concreto.

La reazione politica: “Chiarezza sulle norme”

Le senatrici della Lega hanno reagito con durezza, annunciando un’interrogazione parlamentare indirizzata al Ministro della Giustizia. “Inorridisce il sospetto che sia stato considerato il consenso della bambina, che certamente non era valido stante l’età”, si legge nella nota ufficiale.

Il fulcro della protesta riguarda il rischio che il sistema giudiziario lasci troppo spazio a interpretazioni che possano “attenuare la portata dei reati” contro i minori. L’obiettivo dell’interrogazione è duplice: chiedere un’ispezione ministeriale per verificare la correttezza della valutazione dei giudici bresciani e sollecitare una revisione normativa che metta al riparo i minori da qualsiasi ambiguità interpretativa.

Il nodo giuridico: il consenso negato

Dal punto di vista legale, la questione è delicatissima. In Italia, la legge stabilisce che sotto i 14 anni non possa esistere un consenso valido: l’atto sessuale è sempre considerato violenza. Il dibattito si sposta dunque sulle motivazioni della sentenza, non ancora depositate, che dovranno spiegare perché un abuso su una bambina di dieci anni sia stato ricondotto a una cornice edittale così contenuta.

Mentre si attende di leggere le carte dei magistrati, il caso riapre il dibattito sulla necessità di pene minime più severe e certe quando le vittime sono soggetti fragili o impuberi, per evitare che tecnicismi e attenuanti possano stridere con il comune senso di giustizia.

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