HomeCronacaMagenta, agguato nel boschetto dello spaccio: gamba distrutta, volevano mandare un messaggio

Magenta, agguato nel boschetto dello spaccio: gamba distrutta, volevano mandare un messaggio

Nel boschetto a lato della provinciale 128, poco dopo il Camping, verso Santo Stefano Ticino, il via vai iniziava al calare della sera. Auto che rallentavano, fari che si spegnevano per pochi minuti, poi di nuovo la strada. Un movimento costante, quasi ordinario per chi conosce quella zona ai margini di Magenta. È lì che lunedì sera qualcuno ha deciso di colpire. Il ferito è un uomo di origine marocchina, conosciuto da molti con il nome di “Kareem”. Un nome di copertura, probabilmente. «Non era il suo vero nome, questo è sicuro», racconta un giovane che da quelle parti ci passava spesso. «C’era sempre gente. Tanti andavano da lui».

Kareem, secondo le testimonianze, era una presenza fissa. Cocaina, soprattutto, ma non solo. Un’attività quotidiana, organizzata, redditizia. Arrivava, lavorava, poi spariva. Non viveva in zona: qualcuno lo accompagnava, qualcuno lo riportava via. Un sistema rodato, come tanti altri nelle aree di spaccio che punteggiano la provincia. Poi, lunedì sera, qualcosa è cambiato.

Un colpo di fucile a pompa, esploso a distanza ravvicinata, gli ha devastato la gamba. Non un avvertimento qualsiasi, ma un segnale preciso. L’uomo è stato lasciato a terra, nel buio del bosco, a perdere sangue. Poi sono arrivati i soccorsi, chiamati da qualcuno che ha trovato il corpo. Ora è ricoverato a Legnano. La gamba è compromessa, forse in modo irreversibile.

Chi ha sparato non si trova. Nessuna traccia evidente, nessuna rivendicazione. Ma nell’ambiente pochi sembrano avere dubbi sulla matrice: un regolamento di conti. «Sono persone che non hanno paura di niente», continua il testimone. «Se gli fai uno sgarbo, ti ammazzano. Il fatto che sia ancora vivo? Vuol dire che volevano mandare un messaggio. Se avessero voluto ucciderlo, lo avrebbero fatto senza problemi». Punire, non eliminare. Almeno per ora.

Dalle stesse voci emerge anche un’origine: la zona di Beni Mellal, nel Marocco centrale. Un territorio da cui, negli anni, sono partiti molti giovani finiti nelle reti dello spaccio in Italia. Piccoli gruppi, spesso in competizione tra loro, dove i confini tra collaborazione e conflitto possono saltare in qualsiasi momento. Dove vivere o morire non fa poi così tanta differenza. «Io mi rifornivo da lui», ammette il giovane. «Una parte era per me, ma vendevo anche». Un livello intermedio, uno dei tanti ingranaggi di una filiera che si muove silenziosa, ma costante.

I carabinieri indagano, ma senza nomi e senza testimonianze dirette il rischio è di muoversi nel vuoto. In questi contesti parlare è difficile, esporsi ancora di più. E così le dinamiche restano sommerse, affidate a equilibri precari e a regole non scritte. Kareem guadagnava, lavorava, occupava uno spazio. Finché qualcuno ha deciso che quello spazio andava tolto. O ridimensionato. Nel bosco, intanto, il via vai si è fermato. Almeno per ora.

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