Nel dibattito politico internazionale di questi giorni, l’intervento degli Stati Uniti in Venezuela continua a dividere.
Tra le analisi più nette c’è quella del direttore di Libero, Mario Sechi
Maduro, scrive, non è un leader legittimo ma “un delinquente internazionale” che ha truccato le elezioni, affamato il popolo e incarcerato gli oppositori.
La sua cattura, dunque, non sarebbe un abuso di potere ma un passo verso la liberazione di un Paese ridotto allo stremo e sostenuto da un blocco di potenze ostili all’Occidente: Russia, Cina, Iran e Cuba. La Casa Bianca – sostiene Sechi – vuole evitare che nell’emisfero occidentale si ricrei una situazione simile alla crisi dei missili del 1962.
Eppure, come ricordano tre autorevoli dissidenti venezuelani – Nelson Bocaranda, Héctor Schamis ed Elizabeth Burgos – la caduta di Maduro non basta. Il sistema che lo ha sostenuto è ancora intatto, e la transizione democratica è appena agli inizi. Un monito che invita alla prudenza.
Dall’America Latina all’Artico: la geopolitica si allarga
Sechi allarga poi lo sguardo all’Artico, riprendendo un’intervista in cui Donald Trump ribadisce l’interesse strategico per la Groenlandia. Un tema che può sembrare bizzarro, ma che per il Pentagono è tutt’altro che marginale: quella regione è oggi uno dei fronti più delicati del confronto con Russia e Cina. E l’Europa – denuncia Sechi – continua a sottovalutare il problema.
Sul tema interviene anche Antonio Socci, che accusa una parte del mondo progressista europeo di difendere il “colonialismo danese” pur di opporsi agli Stati Uniti. Secondo Socci, la Groenlandia vuole l’indipendenza: lo indicano sia la vittoria dei Demokraatit nel 2025 sia i sondaggi che parlano di un consenso dell’85%. L’isola, ricchissima di risorse e strategicamente cruciale, avrebbe tutto da guadagnare da un rapporto privilegiato con Washington.
Roma, Venezuela e una “epifania” politica
Il quadro internazionale trova un curioso riflesso anche in Italia. Mario Adinolfi, commentando lo scontro avvenuto a Roma tra due venezuelani e manifestanti della Cgil, parla di una “epifania”: un momento in cui la verità emerge con chiarezza. Per lui, il 2026 non è solo un nuovo anno ma l’inizio di una nuova epoca in cui gli italiani devono scegliere da che parte stare. La sua scelta è netta: stare con la libertà e contro i regimi, in continuità con le radici cristiane del Paese.
Il fronte anti-occidentale e lo scontro di civiltà
Il blitz americano contro Maduro è stato condannato da Cina, Iran, Russia, Turchia, Cuba e Hamas. Una lista che, osserva Socci, mostra la compattezza del fronte ostile all’Occidente e l’inedita alleanza tra regimi comunisti e movimenti islamisti.
Da qui il richiamo a Samuel Huntington e al suo celebre saggio “Lo scontro delle civiltà”. Huntington avvertiva che, nel mondo post-Guerra Fredda, le tensioni più pericolose sarebbero state culturali e civilizziamoli, non ideologiche. Gli attentati dell’11 settembre sembrarono confermare quella previsione. E oggi, secondo Socci, il quadro è ancora più evidente: il fronte anti-occidentale si è rafforzato, mentre l’Occidente ha perso coesione politica, economica e culturale.
Un Occidente più fragile, un mondo più duro
Il filo rosso che unisce queste analisi è chiaro: stiamo entrando in un’epoca in cui la geopolitica torna a essere brutale, esplicita, priva di illusioni. Le democrazie occidentali appaiono indebolite, mentre i loro avversari si muovono con crescente coordinazione. Venezuela, Groenlandia, Artico, Medio Oriente: tasselli di un puzzle più grande, in cui si gioca il futuro dell’ordine internazionale.

















