A Matteo. L’onda d’urto della tua morte, la morte รจ sempre un fatto personale, mi sbatte ora contro la scogliera di un lustro andato. S’era al tramonto d’un settembrino e mi cogliesti al tavolo di un bar della piazza Formenti. Ero, pur seduto, visibilmente anestetizzato. Il volto rivelava. Ti sei seduto con me, Matteo. Ti sei seduto lรฌ con me. Non hai detto niente. Non mi hai detto niente. Hai acceso una sigaretta e, con un cenno del capo in assenso, un bicchiere di bianco. L’ombria, lassรน in Veneto.
Io piangevo. Vedi, l’indicibile distanza che oggi ci separa, viene frantumata dall’onda d’urto della tua morte. Sono in treno ora, e sto piangendo. Ora come quel pomeriggio tardi. Piangevo. E tu mi hai preso la mano. E sei stato lรฌ con me per tutto il tempo che mi sono preso. E a quelli che vedendomi cosรฌ si avvicinavano, tu, tenendomi sempre per mano, con un sorriso cortese, fermo, li smistavi altrove. Puoi stare qui tutta la notte, io sto qui. E mi tenevi per mano. Ecco. Ora che sei morto mi ritorna tutto quel tramonto. ร arrivato, ch’era sera, il nostro comune amico Giovanni P che ti ha semplicemente detto, adesso sto qui io Matteo. E tu hai annuito dicendogli tu si, va bene. Ora sei in paradiso Matteo Pinoli. Eri un uomo e il tuo posto รจ lรฌ.



















