Il carcere e i suoi ospiti, per noi dalla fedina penale pulita, sono entità astratte. Divoriamo pagine di nera, spariamo sentenze personali senza appello sui crimini più efferati, ma i nostri pensieri sulle case circondariali e su chi le abita ci inquietano. Proviamo empatia verso le categorie più sfigate del pianeta, ma i galeotti, quelli “NO”, quelli ci imbarazzano, quelli ci infastidiscono, quelli non li vogliamo vedere. Invece la milanese Micol Ivancic, li vede come studenti e, accompagnata dalla mascotte PAXI – il pupazzo dell’ESA – li va addirittura a trovare al carcere di Bologna: “la Dozza”. Micol, docente di scienze in una scuola secondaria di primo grado, ambasciatore ESERO per le attività educative (ARISS) ha una missione: parlare di spazio ai detenuti “Di tutte le mie esperienze di insegnante e di formatrice, questa è stata la più importante e significativa – spiega molto emozionata la prof. – io vado a raccontare lo spazio anche in altri contesti socio-educativi, ma questa volta sono stata in un luogo dove c’è maggior bisogno portare cultura per favorire il reinserimento nella società”.
Il progetto, rivolto agli studenti adulti inseriti nel CPA 2 Metropolitano di Bologna (scuola media) e Istituto superiore Keynes, si è concretizzato grazie all’incontro – verrebbe da dire galeotto – tra Micol e Nicola d’Amore, sovrintendente capo della polizia penitenziaria della Dozza, attraverso le onde lunghe della passione comune: sono entrambi radioamatori.
Micol era già stata in carcere, ad Opera, dove aveva accompagnato i suoi studenti a vedere uno spettacolo teatrale “… ma a parte la procedura legata alla sicurezza durante la quale vedi sparire la tua libertà e la tua identità anche come esterno, questa volta è stato diverso: ho incontrato umanità, dolore e sofferenza, bisogno di speranza. Mentre parlavo sui loro visi ho visto molta sofferenza a causa delle loro storie difficili e anche delle condizioni carcerarie: sovraffollamento estremo, sbalzi termici ai quali aggiungere la disumanità di cucinare in bagno Sono riuscita a tenere la barra dritta perché ho fatto appello alla mia professionalità e non mi sono lasciata sopraffare dalle emozioni.” Una professionalità che talvolta risulta difficile mantenere causa l’invasione della burocrazia scolastica la quale ti fa perdere il vero significato dell’insegnamento “Ho desidero molto fare questa esperienza perché penso che il contatto con queste persone dia più senso e più significato sociale alla mia professione poiché sono convinta che la scuola sia il mezzo principale per il reinserimento sociale”.
Micol prosegue nel raccontare i contenuti di questo straordinario incontro, contenuti che conducono a riflessioni importanti “Ho raccontato che cos’è la stazione spaziale internazionale, com’è stata costruita, come si vive nello spazio, quali sfide di adattamento affrontano gli astronauti, ma ancora non c’è stato nessun collegamento con la stazione spaziale. Mi sono limitato a portare gli auguri di Natale agli astronauti come richiestomi e scritto su un biglietto dal portavoce degli ospiti. Per loro avevo preparato anche curiosità e informazioni su astronauti di diversi Paesi e religioni: sulla ISS (Stazione Spaziale Internazionale) le diverse culture convivono in armoni Abbiamo proiettato immagini di astronauti dei loro Paesi di origine perché il carcere è una realtà multietnica e multi religiosa. La riflessione che ne è derivata è stata quella sull’adattamento dell’uomo ad ambienti ea situazioni: parallelismo tra quotidianità nello spazio e quotidianità carceraria.”
La lezione si è conclusa tra infinite strette di mani, tanti applausi che l’hanno fatta vacillare un po’ e felicità per aver gettato un seme di speranza volto a sostenere la capacità di adattamento e sopportazione dei detenuti in vista di una prospettiva futura. “Alla fine qualcuno si è avvicinato per raccontare qualcosa di sé: si sono sentiti accolti, hanno mostrato fiducia e io non li ho giudicati perché non mi sono lasciata toccare dal pregiudizio.” Un’esperienza che lascia gratitudine per aver ricevuto, empatia “… perché chiunque potrebbe trovarsi in carcere per un errore giudiziario”, ma soprattutto un bagno di umanità, quella vera e impensabile.
Il progetto, chiamato semplicemente “Spazio”, non si è esaurito lo scorso 17 dicembre, ma proseguirà con altre tre lezioni “È stato il primo di quattro incontri, durante i quali è previsto anche un contatto radio diretto con gli astronauti e altri approfondimenti – commenta Nicola d’Amore – sono emerse molte domande interessante, ma la più significativa è stata una che ci aspettavamo: anche gli astronauti devono adattarsi, proprio come noi detenuti. Un paragone forte e autentico, che ha aperto una riflessione profonda sul tema dell’adattamento, della distanza e della condizione umana. Questo progetto ha dimostrato come il carcere possa diventare un luogo di apertura e di relazione con il mondo esterno, dove curiosità, partecipazione e scambio di esperienze possono superare le distanze, anche quelle dello spazio.”
Simona Borgatti


















