Da qualche tempo si rincorrono notizie che fanno pensare a un possibile scoppio di una guerra in Europa e anche, chi lo sa, in Italia. Lei è preoccupato per questo?
Certo!
Con la guerra in Ucraina è da qualche anno che si sentono notizie preoccupanti. Adesso poi c’è anche il Medio Oriente e la guerra divampa anche in altre parti del mondo. Tutti vogliono conquistar qualcosa e diventare importanti. E chi ci rimette? Dice un detto africano “Quando gli elefanti combattono, chi ci rimette è l’erba”, e questo purtroppo è quanto sta succedendo nel mondo.
A guardare i telegiornali ci si scoraggia, ma non dobbiamo farci abbattere: “I percorsi di pace hanno bisogno di semi. Non si può trapiantare la pianta: serve un seme che cresca lentamente. Ma se nessuno lo pianta, la pianta non cresce”, ci ricorda il cardinale Pizzaballa.
Speriamo che il seme della pace, e molti lo stanno seminando, cresca sempre di più. E dobbiamo essere noi che abbiamo incarichi pubblici ad essere ambasciatori e testimoni di pace.
È facile trovare persone che siano d’accordo sul fatto che la pace è una cosa bella e importante e la guerra una cosa brutta, poi i problemi si pongono nella concretezza. Cioè, quando un paese è attaccato cosa dovrebbe accadere?
Dovrebbe accadere che i paesi confinanti, nel caso dell’Ucraina l’Europa, riescano a imporsi sull’invasore. In questo momento probabilmente abbiamo un’Europa un pochino debole e il Putin di turno la porta sempre fuori.
Bisognerebbe che uno Stato grande dica “Basta. Da adesso io non voglio più fare la guerra”, ponendosi come primo esempio per tutto il resto del mondo. Oggi come oggi magari lo dicono, ma poi sono tutti a fare l’opposto, però sarebbe bello.
L’articolo 42 dello Statuto dell’ONU dice che il Consiglio di sicurezza può intervenire militarmente se ciò è necessario per mantenere o ristabilire la pace e la sicurezza internazionale. Perché non si fa?
Perché ci sono enormi interessi economici. Purtroppo, la guerra, attraverso le fabbriche di armi e l’indotto, produce molta ricchezza. Se la pace producesse ricchezza avremmo un mondo in pace. Ma la pace produce sì ricchezza, ma con tempi lunghi, e la produce in modo più distribuito, a differenza della ricchezza dei pochi che hanno in mano il business della guerra.
L’Onu, che prima citavo, è nata dopo la Seconda guerra mondiale. Sono passati 80 anni. Secondo lei il fatto che le nuove generazioni la guerra non l’abbiano vissuta è una difficoltà in più?
Sì, sì, di sicuro. Studiare la storia non è sufficiente a comprendere quello che l’Italia ha provato con la Prima e la Seconda guerra mondiale. Per questo io tengo molto a entrare nelle scuole, per ricordare che le guerre hanno portato solo distruzione, divisione fra i popoli e a volte anche fra gli stessi concittadini.
Purtroppo, quando uno non prova in prima persona le cose, il farsele raccontare può non essere sufficiente.
Entrando in Municipio ho visto che nel portico di ingresso al cortile c’è una bellissima bandiera della Pace, realizzata all’uncinetto. Come mai questa scelta?
Sì. Quando è aperto tutto il portone la si vede anche passando dalla strada.
Per me è bello far capire che nel nostro Comune ci teniamo veramente. Collaboriamo con la parrocchia per la marcia della pace del 1° gennaio, abbiamo organizzato un concerto per la pace e una mostra in San Marco, andiamo nelle scuole a parlare di pace.
Ma cosa significa parlare di pace oggi? La risposta ci arriva da Papa Leone XIV, che ha messo al centro del suo magistero l’espressione: “pace disarmata e disarmante”. Una pace “disarmata”, perché non ha bisogno di armi per affermarsi, ma di giustizia, di diritto, di dignità. E una pace “disarmante”, perché è l’unica capace di disarmare i cuori, di sciogliere l’odio, di fare cadere le difese e di rendere possibile l’incontro. La pace è un impegno quotidiano di tutti.
Ecco perché come amministrazione comunale tentiamo di coinvolgere le persone: è importante far capire che, se ognuno fa il suo, le cose possono sicuramente migliorare. Magari non si riesce a cambiare il mondo, però la pace nel nostro paese è un obiettivo raggiungibile e può essere di esempio per altri.
Occorre partire da noi stessi, dalle scelte quotidiane, che si tratti di ragazzi che decidono di non essere bulli o di uomini che, quando finisce un amore, non agiscono la violenza.
Credo che le persone si comportino in maniera sbagliata perché ci stiamo accontentando di vivere infelici. Ci lamentiamo in continuazione, ma certe volte non andiamo a cercare il motivo per cui siamo infelici. E questo non porta a niente di buono, anzi, porta a pensare che tutti devono essere infelici e così si pratica la violenza.
Credo anche che a questo si sia arrivati perché, a differenza di un tempo, le nuove generazione hanno dagli adulti troppe cose e senza sforzo.
Un tempo si avevano poche cose, che andavano conquistate con fatica e questo dava la consapevolezza del loro valore e portava ad essere più felici.
“Che bella fatica che abbiamo fatto” è una frase che dovremmo poter dire più spesso, perché far fatica è sentirsi vivi, è svegliarsi la mattina e dire “Oggi ho queste cose da fare, le faccio perché facendo fatica aiuto me stesso e aiuto qualcun altro a essere felice”.
E la felicità porta alla pace.
A cura di Sergio Colombo













