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L’accordo tra Stati Uniti e Iran, un tradimento a tutto tondo

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 di Vincenzo Petrone (*)

ROMA (ITALPRESS) – Il Senatore Lindsay Graham, un repubblicano di cappa e spada, ha dichiarato ieri in una intervista televisiva che la ‘garanzia’ degli Stati Uniti per la creazione di un Fondo per la ricostruzione dell’Iran equivale ad un ‘Piano Marshall a favore della Germania mentre i nazisti sono ancora al potere’. In effetti, la lettura di quello specifico paragrafo dell’intesa lascia sbalorditi, anche perché subito dopo la firma, lo stesso Trump ha affermato senza ombra di imbarazzo che gli USA non verseranno un solo dollaro dalle casse del Tesoro, ma che saranno le imprese a finanziare il Fondo se lo troveranno utile. Se non fosse che gli USA si sono impegnati a ‘ensure’, ossia garantire che il Fondo verrà creato e finanziato.

Il Vice Presidente J.D. Vance ha invece sostenuto, sempre in una intervista, che saranno gli Stati arabi del Golfo Persico a finanziare il Fondo. Sempre secondo Vance, dopo essere stati coinvolti in una guerra che non volevano e dopo essere stati colpiti da centinaia di missili iraniani che la Invincibile Armada americana non è riuscita ad intercettare, i Paesi sunniti non vedono l’ora di regalare al loro nemico storico, l’Iran degli Ayatollah, il denaro necessario per ricostituire le proprie scorte di missili e finanziare su scala ancora maggiore che in passato i movimenti sciiti nella regione, come gli Houthi in Yemen. In America, l’indignazione bipartisan sull’argomento sta polarizzando l’attenzione della politica e dei media su questo Fondo.

Non è azzardato prevedere che alla fine questo Fondo non vedrà la luce, non diversamente da quanto è accaduto per il Fondo per l’Ucraina e quello per Gaza. Passati i 60 giorni del negoziato che inizia domani, è presumibile che l’Amministrazione rinvierà in qualche maniera la questione, creerà magari un altro Board of Peace affidandolo anche stavolta a un pugno di fedeli immobiliaristi e, soprattutto, temporeggerà, in attesa che passino le elezioni di mid term in novembre.

Al G7 di Evian, il silenzio degli europei sul tema si è aggiunto a quello del resto del mondo. E tuttavia, Fondo o non Fondo, l’Europa, il Giappone, e soprattutto Israele, le Monarchie del Golfo, e Taiwan, non potranno non prendere nota di questo ennesimo voltafaccia americano che può legittimamente definirsi un autentico tradimento. Henry Kissinger ha scritto che ‘essere nemici degli Stati Uniti è pericoloso. Essere loro alleati è fatale.’ E Trump sta dimostrando che è così.

Il Presidente americano in primo luogo ha tradito se stesso e le proprie dichiarazioni di vittoria sul campo, per non parlare delle catastrofiche minacce rivolte all’Iran, che non si è spaventato granché. Alla fine, è Trump che ha capitolato praticamente su tutto, almeno da quanto finora è dato sapere. Dal ripristino totale della libera navigazione senza oneri più o meno mascherati nello Stretto di Hormuz, alla cessione della totalità dell’uranio arricchito iraniano, alla interdizione perenne delle attività di arricchimento.

La pagina e mezza che Trump ha teatralmente firmato a Versailles non contiene pressoché nulla di quanto egli si riproponeva di ottenere con la guerra. In secondo luogo, ben più importante è il fatto che Trump abbia volgarmente tradito il popolo iraniano a cui aveva promesso ‘help is on the way’. L’aiuto non è arrivato e il regime iraniano ha ucciso e torturato impunemente molte migliaia di persone di cui Trump non parla neanche più da tempo, in realtà più o meno da quando, il 28 febbraio, sono iniziate le operazioni militari su larga scala.

Il regime è più forte che mai e la repressione continuerà. In terzo luogo, Trump ha tradito Israele, accettando di inserire nell’accordo con l’Iran un diretto riferimento, come ‘condicio sine qua non’ dell’intesa, alla fine delle operazioni israeliane contro Hezbollah in Libano. Neanche ad una persona poco avvertita quale è Trump, nelle complessità di un negoziato diplomatico, può sfuggire che questa connessione concede all’Iran un riconoscimento politicamente importante.

Ossia che il regime mantiene il diritto di armare, addestrare e dirigere politicamente Hezbollah, il cui obiettivo resta la distruzione di Israele. A meno che Trump non ritenga che la sicurezza degli israeliani che vivono in Galilea e che sono diventati sfollati perché bombardati ogni giorno da Hezbollah, sia un prezzo minore da pagare in nome della pace tra Washington e Teheran.

Infine, guardando avanti, Trump promette di tradire presto Taiwan. L’accordo che egli ha firmato guardando ogni minuto soprattutto all’indice Dow Jones, riconosce alla Cina un ruolo determinante nell’entrata in vigore e nel monitoraggio dell’intesa. Nel testo si statuisce che quest’ultima dovrà essere ratificata dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU, quelle Nazioni Unite che lo stesso Trump ha insultato più volte. E in Consiglio di Sicurezza la Cina darà il suo consenso, negoziando le contropartite che le stanno a cuore, ossia soprattutto l’allontanamento graduale americano dalla difesa attiva di Taiwan.

D’altronde, obiettivamente questa guerra contro l’Iran ha messo in evidenza in poche settimane, che gli Stati Uniti non sono più in grado di vincere una guerra lontana, divisi come sono internamente e con apparati militari pesanti quanto costosi e in parte obsoleti rispetto alle tecnologie a buon mercato che si stanno affermando ovunque.

I Tomahawk e i Patriot americani sono oggetti complessi da costruire e costano alcuni milioni di dollari al pezzo contro le decine o al massimo le centinaia di migliaia di dollari di costo dei missili balistici iraniani che hanno messo fuori uso ben 17 asset militari americani nella regione toccata dalla guerra.

E le scorte di quei sistemi americani si sono ridotte così velocemente già dopo poche settimane di guerra, che Washington ha iniziato a mettere in forse le forniture già programmate all’Ucraina e agli alleati europei. Alla fine, dopo che le Forze aeronavali americane avevano colpito 13000 obiettivi iraniani, la CIA ha dovuto prendere atto che il 70% dell’arsenale di Teheran era ancora intatto ed operativo. S

e questa è stata la performance militare e industriale-militare americana nel Golfo, cosa mai potrebbe fare veramente l’America in difesa di Taiwan se la Cina decidesse di realizzare un blocco navale per far collassare l’economia dell’Isola? Ammesso e non concesso che gli Stati Uniti di Trump non abbandonino Taiwan al suo destino al primo stormir di foglie.

Ma chiediamoci: i prossimi ad essere traditi potremmo essere noi, alleati nella NATO? Il quesito purtroppo ci riguarda direttamente e non è teorico. L’Europa si trova attualmente al centro di uno snodo strategico molto vulnerabile nell’Alleanza Atlantica. La NATO cercherà di superare questa vulnerabilità da oggi al 2030 quando, secondo autorevoli Capi di Stato Maggiore europei, come quello francese e quello tedesco, la Russia potrebbe tentare un colpo di mano nei Paesi baltici ed in particolare in Estonia, nelle cittadine di confine in maggioranza russofone.

A Bruxelles stanno trapelando indiscrezioni preoccupanti e riguardano la decisione unilaterale americana di ridurre di quasi il 20% il proprio apporto al ‘Modello di Forza’ per la difesa NATO in caso di attacco. E non ci si riferisce qui alla riduzione, pur significativa, di alcune migliaia di uomini del contingente USA di 86.000 effettivi stazionati in Europa. E neanche si tratta della mancata rotazione di un battaglione di artiglieria americano dotato dei missili Tomahawk che era basato in Germania.

Si tratta invece di una questione ben più preoccupante, ossia della riduzione delle forze aeree e navali che gli USA invierebbero in Europa in caso di attacco. Secondo autorevoli indiscrezioni, a fine maggio, a Bruxelles, il governo americano avrebbe annunciato che ridurrà di un terzo i caccia bombardieri, da 150 a 100. Gli aerei da ricognizione marittima americani scenderebbero da 26 a 15.

La flotta di sottomarini nucleari si ridurrebbe di una unità. Verrebbero meno anche una portaerei e parecchie navi della US Navy. Europei e canadesi sono in grado di rimediare solo in parte a queste riduzioni nel ‘Modello di Forza’. Ma quello che preoccupa di più gli Stati Maggiori è l’assenza in Europa di missili a lunga gittata in grado di colpire obiettivi in Russia in caso di attacco da parte di Putin. L’unico Paese europeo che ne dispone, in quantità e qualità crescenti, è l’Ucraina, e lo si è visto in questi giorni. L’informazione, mai smentita, che ha lasciato tutti di stucco, è che il Governo della Germania si è offerto di acquistare on the spot i missili Tomahawk che la US Army sta per ritirare dal teatro europeo.

Ma la risposta del Governo americano è stata un rotondo no, motivato dal timore che il passaggio alla Bundeswehr di quei Tomahawk avrebbe irritato fortemente Vladimir Putin e i suoi generali. A questo punto, i nostri Governi hanno il dovere di chiedersi se noi europei siamo i prossimi in lista per un tradimento da parte degli Stati Uniti di Trump. Il dubbio è quanto meno molto fondato, allo stato degli atti. C’è da augurarsi che anche il Governo e le forze politiche italiane di opposizione non si facciano troppe illusioni e ne tengano conto. Non ci sono più pretesti plausibili. 

(*) Ambasciatore A.R.

-Foto IPA Agency-
(ITALPRESS).

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