Un’occasione mancata? Forse. Di sicuro, però, dalla bolgia dell’Aviva Stadium l’Italia esce a testa altissima al termine di una partita decisa soltanto al minuto numero ottanta, quando l’arrembaggio azzurro a caccia del meritato pareggio s’è infranto sul passaggio scellerato di Ioane (capita anche ai migliori) finito nelle mani sbagliate, quelle dell’immenso Lowe.
Sospiro di sollievo per gli irlandesi che ieri hanno seriamente pensato di non farcela e che hanno dovuto fare ricorso a tutto il loro mestiere – diciamo così – per limitare la furia degli avanti italiani. Una mischia chiusa, quella azzurra, che ha imperversato facendo il bello e il cattivo tempo, malmenando i pari ruolo irlandesi incapaci di trovare un rimedio efficace neanche con gli innesti dalla panchina.
Furlong, mica l’ultimo arrivato, preso da Spagnolo versione Goldrake e spedito in cielo, con il supporto di una prima linea scolpita nel granito, è l’istantanea più efficace di una giornata che, punteggio a parte, ha detto che, dopo la Scozia, pure l’Irlanda è stata agganciata nel livello di gioco. Mai come in queste prime due uscite del Sei Nazioni 2026, infatti, l’Italia ha certificato il proprio diritto inviolabile di essere parte imprescindibile della manifestazione sportiva più antica al mondo.
Piccola polemica. Qualche volta, ciò andrebbe ricordato anche ai direttori di gara che spesso, più o meno consapevolmente, trattano ancora i ragazzi di Quesada come ospiti. Con poco riguardo, insomma. Complimenti sinceri a Hollie Davidson, prima donna ad arbitrare un match del Sei Nazioni, ma “no hands” (via le mani) va detto prima che si mettano indebitamente le mani sul pallone a disposizione dell’avversario, mica dopo, perché a fatto compiuto sarebbe pure fallo. Il succitato “mestiere” di cui sopra.
Insomma, vero che nel rugby è ottima usanza lamentarsi il minimo sindacale, ma per ottanta minuti i verdi in affanno si sono prodigati nel rallentare l’uscita della palla dalla ruck ai limiti del consentito senza che venissero presi provvedimenti. Per non parlare dei fuorigioco. Tuttavia, volendo fare le pulci, ci abbiamo messo pure del nostro, detto per essere i più obiettivi possibile nella analisi.
Un brutto inizio di secondo tempo, con un pallone malamente non conquistato e la meta subita in una manciata di secondi dal kick-off che ha rimesso in pari l’Irlanda, doveva senz’altro essere gestito meglio. Inoltre, un paio di mancate finalizzazioni in momenti chiave – come quella dell’incursione di Pani (bentornato, campione) con la palla scivolata dalle mani di Lamaro o quella del passaggio-meta (forse) in avanti di Menoncello sulla corsa di Lynagh – avrebbero probabilmente indirizzato diversamente il match.
I famosi dettagli che a questi livelli di eccellenza separano vittoria e sconfitta. Con mezzo roster in infermeria, il punto di bonus strappato all’Irlanda, che a sua volta manca il punto in più che spetta a chi segna almeno quattro mete, è qualcosa che vale davvero molto in prospettiva. Dice che, dopo un lungo inseguimento, lo staff azzurro ha costruito un impianto di gioco di spessore capisce di sopportare anche un turnover massiccio, potendo contare su un numero importante di giocatori di sicuro rendimento.
Ancora una menzione speciale per i nostri avanti, trattori travestiti da uomini. Nulla, nel gioco del rugby, è più emblematico del dominio della mischia chiusa e la performance di ieri ha ricordato quella altrettanto strabiliante di quel pomeriggio invernale a San Siro in cui Ghiraldini, Perugini, Lo Cicero, Ongaro e Castrogiovanni fecero ammattire gli All Blacks.
Tornando al torneo – con la Scozia che ha disposto piuttosto agevolmente dell’Inghilterra, ribadendo i connotati dell’impresa azzurra di una settimana fa – il prossimo turno metterà di fronte agli azzurri i favoritissimi francesi lanciati verso il titolo. Probabilmente, oggi la squadra più forte al mondo in compartecipazione con gli Springbocks. Morale, la partita di maggior sofferenza e, come non bastasse, da giocare pure in trasferta. Per Quesada e i suoi ragazzi, un altro capitolo da scrivere sulla strada della maturazione.
Le sconfitte non sono mai facili da digerire, ma quella rimediata a Dublino, in fondo, fa davvero poco male. Appuntamento a Parigi.

















