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di Stefano Vaccara
NEW YORK (ITALPRESS) – La ritirata di Donald Trump da Minneapolis dimostra che la politica della paura ha dei limiti. Dopo l’uccisione di Alex Pretti, infermiere di 37 anni colpito da agenti federali, l’amministrazione ha tentato di attribuire la responsabilità alla vittima. Ma i video diffusi dai cittadini hanno smentito subito la versione ufficiale, mostrando Pretti disarmato, con un telefono in mano, prima di essere immobilizzato e ucciso dagli agenti dell’ICE con dieci colpi di pistola.
Al centro di questo dramma politico è finito Gregory Bovino, comandante della Border Patrol a Minneapolis, trasformato dall’amministrazione nel volto pubblico di una stretta repressiva che in realtà andava ben oltre la sua figura. Bovino è solo un “patsy”, un capro espiatorio, l’ultima ruota del carro.
I veri architetti della narrazione successiva alla sparatoria stavano più in alto: la segretaria alla Sicurezza interna Kristi Noem, il direttore dell’FBI Kash Patel, il vice capo dello staff Stephen Miller e, in ultima istanza, lo stesso presidente Trump, che ha istintivamente ripescato il collaudato copione della distorsione dei fatti.
Questa volta, però, gli smartphone hanno prodotto un effetto boomerang. L’ecosistema dei social media che in passato aveva aiutato a costruire e diffondere “verità alternative” ha amplificato invece prove che smentivano la versione ufficiale. I video diventati virali non mostrano solo Pretti disarmato: mostrano il vuoto di credibilità dell’amministrazione federale.
I repubblicani al Congresso, sommersi da telefonate indignate provenienti dai loro Stati, non hanno più potuto inginocchiarsi davanti alla “verità alternativa”. Persino il Wall Street Journal e il New York Post hanno cambiato tono.
Il Journal risponde a investitori, dirigenti ed élite che pretendono realtà, non propaganda. Il Post parla a una base trumpiana disposta a ingoiare molto, ma non ciò che può vedere chiaramente con i propri occhi. I video hanno smascherato la menzogna e tracciato un limite che né il denaro né l’ideologia possono cancellare.
Per ora Trump ha dovuto “mordere il taco” e fare marcia indietro. Ma il tentativo di normalizzare una narrazione autoritaria, fondata sulla paura e sulla manipolazione istituzionale, è stato smascherato per quello che è: una menzogna di Stato. Bovino da solo non basta come capro espiatorio.
La prossima testa a dover cadere dovrebbe essere almeno quella di “Barbie ICE” Noem, e di tutti coloro che scelgono la narrativa al posto della verità. In un Paese in cui i cittadini possono vedere gli eventi in tempo reale, la propaganda che contraddice prove video evidenti non regge.
La sostituzione di Gregory Bovino con lo “zar delle frontiere” di Trump, Tom Homan, non dovrebbe rassicurare nessuno. Homan ha costruito la sua carriera su un’applicazione aggressiva delle politiche migratorie e su un palese disprezzo dei limiti giudiziari. Il suo arrivo a Minneapolis non segna una ritirata, ma un “upgrade”: meno errori, maggiore disciplina, la stessa strategia coercitiva. Se Bovino era sacrificabile, Homan è lì per fare lo stesso lavoro sporco in modo più efficiente e con meno rumore politico.
-Foto IPA Agency-
(ITALPRESS).

















